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(in omaggio ad Andrea Zanzotto) un caso grammaticale sgrammaticato

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Utente: vocativo
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domenica, 24 settembre 2006
In ricordo di Sven Nykvist: Sussurri e Grida, Bergman, 1972

Il tiepido sole mattutino ristora il verde del giardino antistante ad una grande villa. E' solo per il giardino che risplende. Il risveglio che ne sussegue ha il sapore di una lenta agonia, prima celata, poi inesorabilmente ed inevitabilmente visibile, scandita dall'incedere del battito degli orologi. La malattia traspare su di un volto rischiarato da quegli stessi raggi di luce. Il suo verdetto non lascia dubbi. Le grida sono il supplizio cui lo spettatore inerme è sottoposto, i sussurri i suoi sinistri risvolti nel passato (vero o ricostruito?) delle 4 donne che abitano la casa. L'angoscia è tangibile fin dalle prime inquadrature degli interni: la fotografia, seppure più densa e realistica rispetto ad altre pellicole più o meno contemporanee del maestro svedese, è comunque gelida, non lascia scampo, come di consueto per il direttore Sven Nykvist, e nemmeno la costante presenza del rosso riesce a contraddirla: bianco su nero o viceversa, ad evidenziare ulteriormente l'angoscia (la lezione di Vampyr di Dreyer serva a capire il senso di smarrimento che provoca il bianco... e Bergman l'ha recepita perfettamente). Il film è un'attesa di morte che consente alle 3 sorelle e alla governante, ad una ad una, di ripensare il proprio passato e magari ricostruirlo alla luce del presente. Così si delineano come scolpiti nella pietra i tratti dei personaggi, la loro libertaria aspirazione amorosa (Liv Ullman) o il represso istinto sessuale nonché l'incapacità di amare (Ingrid Thulin), l'istinto materno della governante (dopo la morte dell'unica figlioletta) e la regressione infantile della sorella malata (Harriet Andersson). La morte non si fa attendere e diviene orrendamente tangibile nell'immaginazione morbosa della governante, la quale aspira ad un fisico, materno, ricongiungimento con la padrona ormai deceduta: pietà non già michelangiolesca, ma dal vivissimo espressionismo realistico come in un quadro di Caravaggio. Insopportabile nel già tumefatto corpo che si ridesta (altro vago sapore dreyeriano, ma senza speranza e prospettiva religiosa). La morte di una sorella non basta a ricongiungere le altre due, troppo diverse per potersi amare e terribilmente invertite nei ruoli dopo il lutto subìto. La finale lettura del diario non vuole essere consolatorio, né un ammonimento ad accontentarsi della poca felicità concessa sulla terra, ma uno sguardo lucido sull'insensibile decadere del mondo. Il film con le continue dissolvenze in rosso (il colore è un simbolo chiaro di legami, di sangue e non, di un'unità quasi prenatale all'interno di una casa-amnio), introduzioni alle 4 proiezioni delle 4 protagoniste, è congegnato esemplarmente, con uno stile ed una perizia formale impeccabile, che quasi stona con l'angoscia riversata in esso. Da vedersi in pieno inverno, a luci spente: devastante. Uno dei vertici del cinema di Bergman.

Postato da: vocativo a 19:27 | link | commenti (15) |


Commenti
#1    24 Settembre 2006 - 19:31
 
Un paio di giorni fa è morto ad 84 anni Sven Nykvist, uno dei più grandi direttori della fotografia che il cinema abbia avuto. Ha collaborato a lungo con Ingmar Bergman. Sussurri e grida è uno dei film in cui la sua straordinaria capacità di sguardo, la creazione degli spazi, i guizzi di luce, rasentano la perfezione.
Per questo motivo riporto alcune righe sul film, scritte qualche anno fa.
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#2    24 Settembre 2006 - 20:13
 
se lo vedessi adesso?
e questo Sven Nykvist era svedese pure lui?
utente anonimo

#3    25 Settembre 2006 - 10:58
 
Bergman annotava sul suo diario, durante le riprese, osservazioni spesso contraddittorie ed ermetiche. Quanto segue ha invece una valore esplicativo evidente:"Credo che il film - o ciò che è - sia fatto di questa poesia: una persona muore ma s'impiglia a mezza strada in qualcosa, come in un incubo, e chiede tenerezza, esonero, liberazione o qualsiasi altro diavolo di cosa. Ci sono altre due persone e le loro azioni, i loro pensieri si trovano in relazione con la persona morta, non-morta, morta. La terza la salva tranquillizzandola, cullandola, accompagnandola per strada. Credo che questo sia la poesia, o l'invenzione, o come la si voglia chiamare. Tutto questo esige un rigore e un ascolto. Richiede che io non renda questa cosa troppo facile per me ma neppure che la irrigidisca troppo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente DrFloyd

#4    25 Settembre 2006 - 14:48
 
ora rammento di aver già visto 'sto film. e comunque non era inverno (né a luci spente). ciò cosa comporta? che mi succederà?
il tipo deceduto, allora ?, era svedese pure lui?
utente anonimo

#5    25 Settembre 2006 - 15:35
 
sì, VP, Nykvist era svedese. Grazie per le precisazioni, DrFloyd.

Il punto è che d'inverno a luci spente fa un certo effetto...
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#6    25 Settembre 2006 - 16:37
 
effetto notte (presumo)! ;-)
utente anonimo

#7    26 Settembre 2006 - 18:41
 
passo per associarmi al dolore del lutto. erminia
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente supernatural

#8    27 Settembre 2006 - 22:54
 
oh, ciao Erminia!
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#9    28 Settembre 2006 - 10:13
 
Mi addolora sapere di questa pedita. La perdita di un uomo che ha dato luce a uno dei film più sconvolgenti della storia del cinema.
Gianfry
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente nestore22

#10    28 Settembre 2006 - 11:32
 
eh, sì, Gianfry, un film bellissimo, ma Nykvist ha illuminato anche Luci d'inverno, Fanny e Alexander, Il silenzio, L'ora del lupo... insomma un bel po' del migliore Bergman.
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#11    28 Settembre 2006 - 12:55
 
io non m'illumino.
utente anonimo

#12    28 Settembre 2006 - 16:40
 
e che me lo dici a fare, VP!!!
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#13    29 Settembre 2006 - 08:30
 
Quasi certamente era inverno la prima volta (venti o trent'anni fa), e certo era buio nella sala cinematografica dove lo vidi per la prima volta.
non sono un bergmaniano, ma Sussurri e grida è film di tale grandezza, che anche a un meticcio hollywoodiano qual io riduttivamente credo d'esser come spettatore pagante e omnivoro di cinema, m'ha emozionato, coinvolto, commosso, preso ora con inevitabile quasi intollerabile strazio e struggimento, ora liberato con tenerezza (grazie per l'appunto, dr.Floyd). Lo pensai allora, me lo chiedo adesso: sarei io la governante che culla la moribonda/morta/rinata fino a un più pieno sì alla morte?
bye:)hawkeye
utente anonimo

#14    01 Ottobre 2006 - 21:21
 
Si, ricordo la coerenza del rosso di Susurri e grida. E l'indicibile ma palpabile pena dell'esistere. L'inconveniente di essere nati direbbe Cioran. Ciao Luigi.
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#15    05 Ottobre 2006 - 22:12
 
commento di servizio
non riesco a leggere i commenti al post seguente e spero che così facendo, come è accaduto altre volte, splinder si "resetti"
ciao Voc
PS questo commento puoi anche cancellarlo
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