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Nome: L. M.
fosfeni@hotmail.com
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

19 luglio 1992
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Il film quindicinale di voc è Tropical Malady di Apichatpong Werasethakul, 2004, uno dei film più suggestivi capitatomi di vedere negli ultimi tempi. Fuori dai canoni occidentali per una estrema dilatazione dei tempi del racconto, per una quasi totale assenza di azione e per una cripticità di fondo, legata a simboli arcani e leggende khmer. Il film è diviso in due parti separate. Nella prima due giovani si amano. Ad un tratto, poi, comincia un vero e proprio altro film. Gli stessi personaggi sono ora altre persone o forse sono gli stessi che si inseguono all’interno di una foresta tropicale, tra animali parlanti e una natura rigogliosa di lancinante bellezza, lasciando intuire un senso circolare, una relazione inscindibile tra prima e seconda parte (o la prima è una rievocazione della seconda?). La foresta è protagonista, con il suo incanto e con la cura formale che il regista vi pone. Uno dei casi in cui il senso finale è una percezione del cuore o di qualche angolo remoto della mente più che della ragione.
Il poeta quindicinale di voc è alivento, di cui nulla sappiamo se non lo pseudonimo, tuttavia voi naviganti la conoscete bene. Il suo blog è www.marombra.blogspot.com. Alivento proviene dall’esperienza dei gruppi di poesia e frequentazioni poetiche maturate direttamente nella rete, tra blog, siti specializzati di poesia. È presente con suoi componimenti in diversi blog. In questa selezione che leggerete si nota un tic linguistico, che tende alla deformazione dei significanti, dando vita ad una giostra quasi traumatica di allitterazioni e paronomasie e al bulimico affastellarsi dell’enumerazione che si divincola da una volontà di significare a tutti i costi.
Laghi
Ogni cosa è bianca
d’onda rapida e candida
(calma alba pacata)
le vocali le lettere il cerchio
il segno la curva le braccia
la faccia
le virgole il senno ed il seno
il costato lo sterno il bacino
il corpo coperto dal bianco
lenzuolo.
Questo luogo è silenzio
è cura e preghiera
è chiostro
bianco diventa l’inchiostro
il velo la tenda e le scarpe
il letto il ricovero il muro
il bicchiere il risvolto l’arredo.
Il soffitto non vedo
ed è bianco anche il cielo
nel bianco ogni cosa si perde
e proseguo una strada alla cieca
occhi chiusi imbiancati
abbagliati di luce che
riverbera in laghi
di neve.
Non è nei denti
la forza
né al fegato
la forma di placenta
che pompa linfa ai rami
e al corpo nudo madreperla.
La porta unta
la maniglia che assottiglia
il varco dell’altrove
giorni di rovi ed ore
di chiarissimo chiarore
l’ onda che sopra
e sotto il ponte arriva
il largo tra le ciglia
come vuoto crepa
di mare meraviglia.
Il credo che ai canoni celesti
si votino i santi ed i poeti
che di parole ormai
la fronte è piena
e larve sulla terra
infestano le orme
della lingua.
Voler vagare anima preziosa
senza tempo
tra il presente e il mare
volere l’aria e l’acqua dentro
e le dita intinte nel bicchiere
a pescare le onde
senz’amo e senza canne
che non è cosa di carne
il piacere di averti
tra le cosce ténere
del ventre
a saziare l’isola dirotta
e dirompente
a spezzare di maglie e di catene
stoviglie piatti intatti isolamenti
a vibrar d’unisono diapason
del gong di zen in filo filamento
accordarsi sulle corde
e bere un movente davvero
interessante
proclamare una poetica d’intenti
ad esempio riciclare i bidoni
d’immondizia
in smalto verde brillante ecologista
e poi ancora vagar senza costrutto
tra questo tutto che deborda
morde i fianchi e tira l’alba
muove giochi dissennati
di dissesto e di giudizio
di poveri dannati e vati
libere parole siano
nel prato
siano liberi poeti e un grido
il fiato il rostro in petto
e l’uncino in cava pietra
e il dialetto
vivo
sia la lingua sola nostra
signora ed alter ego
ceppo solenne epico
d’ in finito infranto vetro
Il libro quindicinale di voc è Frammenti d’immagine. Scene, schermi, video per una sociologia della sperimentazione di Alfonso Amendola, Liguori Editore, 2006, 239. pp. L’autore ripercorre la storia della contaminazione e dell’ibridazione delle arti, dei linguaggi, delle forme espressive del XX secolo, imperniando il discorso sul cortocircuito cinema-teatro, per poi inglobare, per segmentazioni e sequenze, le altre arti, fino all’unico inevitabile approdo, sotto l’egida della tecnologia: la sperimentazione video. Il frammento si pone come sequenza minima del libro, tassello di composizione, cellula di inizio per dar vita alle interferenze, agli incroci tra le varie tecniche espressive, dal momento che, come si legge in una citazione nel libro di Omar Calabrese “l’estetica del frammento […] si manifesta soprattutto nella ormai comunissima pratica di produrre oggetti-contenitore, i quali al loro interno non presentano più prodotti finiti, ma soprattutto frammenti di altre opere” (p. 14). L’architettura stessa del libro si regge su un’impalcatura non convenzionale, ma centrifuga e priva di gravità. Infatti si può gustare il libro anche leggendo i vari capitoli o paragrafi come dei percorsi compiuti autonomi. Lo sono ad esempio le “anomalie” del terzo capitolo del libro, dedicato a Orson Wells, Fassbinder, Beckett (quest’ultimo indagato come un caso di grande coscienza delle potenzialità delle nuove tecnologie e del loro potere ibridante: un punto di riferimento per le successive neoavanguardie e i loro percorsi orientati verso le sperimentazioni teatrali e, per esteso, gli happening e le arti performative), quali casi di passaggi intermediali atipici ed esemplari.
Il percorso di Amendola prende le mosse da Antonin Artaud, al quale è dedicato l’intero primo capitolo, passando per il dada, per Cage, Carmelo Bene, fino alle contaminazioni de La Gaia Scienza, la Societas Raffaello Sanzio… Un percorso articolato e molto dettagliato che fa onore all’autore, con a supporto una vasta bibliografia. Il taglio sociologico non nasconde l’influenza di alcune opere capitali di Abruzzese, mentre la priorità che viene assegnata all’evoluzione delle tecniche e tecnologie muove dalle intuizioni di Mario Costa. Un libro che fa della trasversalità e interdisciplinarità il suo credo. Impedibile, non solo per gli amanti delle sperimentazioni video o per i cultori di cinema e teatro.
L’album quindicinale di voc ha avuto un largo successo quest’anno: Ovunque proteggi di Vinicio Capossela. Solo poche considerazioni. La capacità di scrittura di Capossela è entusiasmante, un miscuglio di corporeo e misticismo, paganesimo perturbante e cristianesimo, giocato su stringhe glossolaliche e pasticci linguistici con sconcertanti escursioni nel basso. Una scrittura potente quanto la capacità inclusiva della musica di Vinicio che passa da uno stile epico e altisonante, paganissimo di Brucia troia, con campanacci, cori sardi, al techno di Moskavalza, dallo sconcertante Al colosseo alla ballata messicana Pena dell’alma. Detto senza mezzi termini, Capossela mi piace tantissimo e nu ce avita scassà o cazzo!
Il vino quindicinale di voc è il Fiano d’Avellino base di Mastroberardino. Due cose: non potevo non cominciare da un fiano e non potevo non cominciare dalla meritevole Mastroberardino. Vi parlo del 2004. Prima regola: mai bere un Fiano d’annata: è un vino che migliora nettamente con un anno o più di affinamento. Il 2004 meglio cominciarlo a bere a metà 2006. Per la cronaca, il 2004 per i bianchi campani, specie fiano e greco, è risultata una buonissima annata. Da premettere che il base di Mastroberardino costa 8-9 euro, prezzo piuttosto abbordabile. Direi che è un affare. Io ho bevuto il mio qualche giorno fa e ne ho ben vivo nella memoria il ricordo. Il colore giallo paglierino, piuttosto vivo, al naso frutta a polpa bianca e gialla, ancora qualche ricordo floreale (acacia e ginestra), poi comincia quel sentore tipico dei migliori fiano, qualcosa che ricorda l’umidità, note di sudore, quello che i carissimi amici Hawk ed Amaranta chiamano “il bosco” quando si parla di fiano. Il tutto ritorna in bocca, perfettamente, con il vino che occupa tutto il palato, con la sua sapidità e il passo felpato, la potenza e l’eleganza coniugate superbamente, la straordinaria freschezza che tiene vivo il sorso fino alla fine: un crescendo entusiasmante, con un accenno persino di crema pasticcera e un finale di mandorla, molto lungo. L’alcol non disturba affatto con i suoi 12°. Nessun eccesso, nessuna esasperazione. La classicità elevata a misura universale. Questi sono i vini che amo, nessuna concessione a mode: la vera e unica espressività del territorio e del vitigno. Il resto è per chi vuole cocacola o aranciate. La sorpresa è che la bottiglia aperta, lasciata in frigo, dopo 3-4 giorni era perfetta, il vino non aveva ceduto di una virgola, segno della bontà del frutto. Mastroberardino ha il merito di aver riscoperto i vitigni tipici della zona e di averci creduto sempre. Ho ragione di credere che se avessi stappato la bottiglia fra un anno o anche più avrei trovato qualche sorpresa ancora più felice, se possibile. Se oggi il fiano è una delle varietà a bacca bianca più importanti d’Italia è soprattutto grazie a questa azienda che ha sempre guardato al passato e alla tradizione, al costume degli antichi, per migliorarsi e migliorare il vino che oggi si produce.
La posizione erotica quindicinale di voc. Su un treno per Milano un pomeriggio, dopo che si sta viaggiando dalla mattina. Per quale colpo di dadi un viaggiatore entra in un vagone, in uno scomparto, vi trova una persona, ci si scambia mail, poi ci si scrive, ci si scambia i numeri del telefono, ci si sussurra qualche parola dolce, una sorta di promessa e si prendono infine appuntamenti, benché la distanza si misuri in molte centinaia di km. A volte qualche parola e qualche sguardo cambiano vite e mondi… il movimento inavvertito di una mano, l’abbandonarsi stremati sulle poltrone, un rapido incontro di sguardi, chiedere il giornale per una rapida lettura (magari leggendo un articolo di Stiglitz, con una sana critica all’Occidente). La logica dell’imprevisto: una ragazza che il caso ti pone davanti e che tu, affannosamente, avresti cercato tra milioni di persone. In un colpo solo la vita azzera i suoi debiti. Era quello che chiedevi. Non altro.
Il desiderio quindicinale di voc è visitare la città di Torino. Non ci sono mai stato ed ho un buona ragione per andarci…

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