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Nome: L. M.
fosfeni@hotmail.com
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

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Da Imperfetta Ellisse:
[…] Marotta, che come ogni poeta è anche un Robinson, raccoglie scarti, relitti, oggetti di risulta e costruisce le sue architetture. Così oggetti fragili o appunto impronte che l'acqua non arriva a trattenere, siano essi metaforici e immateriali (un graffio d'anima) o dotati di una loro indiscutibile concretezza (un amplesso / dissennato e coeso) aprono un varco attraverso il quale forse è possibile, dice il poeta, farsi una ragione delle cose e degli eventi. E' questo il supremo tentativo della poesia. Anche se a volte la verità (o la realtà, che però, ricordando Gadamer, sono la realtà e la verità più vere del poeta) "è un’eco, un’ / impronta su / un foglio di via", oppure "qualcosa / che arriva alla porta e / vapora sull’uscio / in forma di respiro" o ancora un "inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio", per fortuna è pur sempre vero che "la pagina è pronta", che la parola trova la sua destinazione, sia essa il foglio o la mente del lettore in cui riesce a risuonare. Non potrebbe essere altrimenti.
Giacomo Cerrai
*
Da Poesia da fare:
L’identità, automaticamente, per un riflesso burocratico, di garanzia, la associamo all’impronta.
Ma un’identità fatta di impronte-digitali adultera l’identità individuale. Rende un uomo riconoscibile nello statuto del consorzio umano. Controllabile, coercibile.
L’identità fondata sulle impronte-digitali è una falsificazione dell’umano, perché racconta la sua storia sulla scorta di un codice formale, non sul lascito di un’esperienza.
Un uomo non è la sua impronta-digitale. È soprattutto l’impronta che sulla pelle gli incide la vita.
La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta, quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa, perché l’idròmetra si posi e cammini sull’acqua e l’acqua glielo permetta senza affondarla.
In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola.
Perché la parola si posi e cammini sulla realtà e la realtà glielo permetta senza affondarla.
Davide Racca
*
Dall’antologia poetica: “Leggere variazioni di rotta”
Quest’ultimo aspetto è rimarchevole anche in Impronte sull’acqua, la cui fluidità fa da pendant alla lacerazione del verso, brachimetrico, franto eppure calmo, disarticolato su particelle minime del discorso che tendono alla biforcazione, ennesima metafora del generare. Vi è un incedere sinusoidale che getta il lettore su di un altro binario ad ogni epifora, una sorta di deragliamento che azzera il carattere denotativo per caricare di connotazione-evocazione la parola, consegnandola ad una ri-conoscibilità albale, incorrotta, farne incontro, apertura, ponte verso l’alterità, stupore.
Luigi Metropoli
*
Da Spazio Zero:
Con il titolo e l’incipit (Una rosa, in pieno inverno,…) entrambi di straordinaria bellezza e efficacia, Marotta ci consegna la chiave di lettura di questo libro, la prima impronta per entrare in un mondo di suggestioni, di sommovimenti dove un dolore quasi palpabile unito a uno sguardo assorto, intenso, declina tutte le forme dell’assenza, dell’attraversamento, del trascorrimento. Un libro splendido, da leggere assolutamente.
Liliana Zinetti
*
Commenti da Nazione Indiana qui
*
Commenti da LiberInVersi qui
*
“Non sottrarsi al dolore: un sofferto umanesimo” dalla prefazione al volume
Impronte sull’acqua conferma una ricerca più che ventennale: ricerca seria, inappagata, fuori dai riflettori della facile comunicazione e necessariamente dotata di forza etica, energia primordiale. Marotta matura una precisa scelta formale: sostantivi assoluti, utilizzo di parole-cardine al centro delle lunghe monostrofe a cascata e di incipit visionari e rivelatori, spaccature – meglio ferite – del verso che s’interrompe improvvisamente sulle preposizioni, linguaggio volutamente analogico e oracolare. Quasi il poeta avesse un ruolo profetico, salvifico. Comunicasse così il sovrasenso da cui muove la realtà in ogni propria inarticolata manifestazione in vista dell’altro, della sua inattingibilità.
Ne deriva un sofferto umanesimo: l’uomo non si trova a priori, non è un dato di fatto, emerge dal sostrato del linguaggio: è certo il linguaggio, allora, la chiave per aprire il resto, il di fuori. E per scoprirne, necessariamente, l’anima, il soffio vitale con cui convivere, fondersi in vista di un’unità possibile.
Ivan Fedeli
*
“La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi” dalla postfazione al volume
Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana), è quello di porre un argine alla deriva, al disordine che pur fonda il reale. Perciò resta impossibile, nella prismatica girandola dei versi e dei verbi, estrarre un senso. Qui ogni segno vale se stesso e il contrario, in un azzeramento della logica aristotelica.
La sapienza prosodica e architettonica di Marotta, qui portata alle estreme conseguenze, ci dice tutto questo: il verso si frange, si sgretola, atomizzandosi, eppure conserva una cantabilità che spiazza, riuscendo nel miracolo di mostrarsi come frammento separato e autonomo e nello stesso tempo di intessere un tappeto sonoro unitario nell’intera silloge, fitto di rimandi, echi, rumori di fondo; la parola presiede al verso, eppure in un sinusoidale rincorrersi di suoni contribuisce alla costruzione di una sintassi tutt’altro che sgranata. Ancora una volta l’immediatezza del dettaglio prevale sull’insieme, ma è solo l’effetto di un primo sguardo: a lettura ultimata ci si accorge di come l’intero libro si costituisce come un lungo poema ininterrotto e il disegno finale si impone sull’apparente frammentarietà dei componimenti. È il gioco mirabolante dell’acqua, coi suoi riverberi e i suoi specchi, a moltiplicare le immagini, i segni, ampliandone le possibili letture. La scrittura, la parola e, ancora più nel dettaglio, l’alfabeto, in quanto partecipi della realtà, ne posseggono la chiave di lettura, il grimaldello per interpretarne il senso. Il libro del mondo si sfoglia tra il silenzio e la lenta sillabazione del verso, quasi in un incedere ipnotico e nel contempo terribilmente calato nel nostro tempo e nel nostro spazio. L’alfabeto è qui ciò che i numeri sono nella cabala ebraica: uno strumento interpretativo e un elemento costitutivo. È da qui che bisogna partire per comprenderne la portata profetica, un ideale dover essere che, beninteso, è utopia incarnata nel reale. La poesia di Marotta è profetica nel momento in cui non rinuncia ad interpretare la realtà in chiave utopica e perciò politica. La parola è etica nel suo stesso porsi, proprio perché è calata nella realtà: afferma il reale negandosi, rinunciando momentaneamente ad una presenza per sperare ancora in un permanere sotterraneo, invisibile, caduco, eppure ostinato. Qui la negazione, quasi in aderenza alle teorie mistiche medievali (ma, paradossalmente, scrostate di misticismo e dottrina metafisica per attenersi invece all’esistente), ha il valore di un origine e di un compimento, ma soprattutto è la cifra dell’essere terrestre che non è se non in transito. Eppure è quella transitorietà a tenere insieme nascita e morte, inizio e fine, lume e ombra (figure che abbondano nel libro), quel persistere nonostante tutto.
Questa è una poesia del sensibile e dell’intelligibile, della perdita e dell’assenza, che rinuncia ad appartenere ad un determinato luogo e ad un determinato tempo per scommettere in un futuro remoto, in un altrove non-luogo non meno reali.
Luigi Metropoli
*
proprio sul margine è la prima
prova, il tuo alfabeto
già respirato dal silenzio
se arrivi appena a
pronunciare un nome
sfiorando la veglia di
anime abbracciate
per agonia di una
risposta attesa, se
a fare ombra intorno
è un vento, un
tuffo a labbra ferite
nel cammino, la chioma
scomposta di lampade
che si rincorrono
si urtano, non
si riconoscono, ma
sono state il rosa di ogni pelle
la seta, l’oro che fascia
crudeltà di gesti
la fine del racconto
o forse il canto
con quella voce, l’ultima
in movimenti d’opera
con quelle mani a strali
e sulla lingua un
laccio di sere
che si trascina astri e
maree, quando in vuoti
bruniti di luce porta un paese
a spasso, dice nascimi
un sogno, nascimi ancora
strade incuranti del
ricordo, lasciami un
segno, un’
impronta d’acqua
*
mille nomi da
ardere e
correnti che
domandano
requie, una
parola
che imponga ai passi
di restare al
la terra
attraversare
l’illusione di
fiorire senza seme
il tormento che
forza la radice
a salire, a
dissolversi in
foglie
sulla lingua del
sole, così
cessa, nel suo stesso
vagare, il
petalo d’acqua
che l’autunno tra
scorre in silenzio
sopra lame di tempo
e memoria, di
brina
*
mi è
necessaria ogni
bottiglia, la conta del
le urla
che graffiano la gola, le
fiamme che rovinano al petto
i loro grumi di
cenere ardente, ora che
la pagina mi fissa, non
si turba
a volte schiuma, si
gonfia nel bianco
in solidale
attesa di una stessa
morte
*
gli specchi hanno memoria
residui di certezza
assorbiti in estasi di vetro
sono scrigni dove il pensiero
fruga e, cieco, s’inventa
il profilo dei frammenti
che stringe tra le dita, ne
indovina lo sguardo, cerca di
ricomporre un suono, l’
ipotesi di un volto, di
una voce, con quella forza
vana che lo assomiglia
al passo dell’ubriaco, al
la bocca di chi vede trascorrere
il passato in forme liquide
e nel moto scomposto
crede ogni cosa possa ri
comporsi in essere, dal fango
dal fumo che respira, da
un coro sommerso di
stagioni, mi guardo e
dico sono nel giusto, io che
mi nego a ogni pozza d’acqua
e, sordo al richiamo del
le fonti, i sogni spingo
al fondo delle arterie
consumati ad arte dal
la risacca del sangue, dal
l’abitudine molesta di
sentirmi cosa viva, un
bambino che stringe in mano
una pagina colma di
storie, ma senza segni
priva di parole
*
sapersi in sintonia
con la luce
franata dove sei stata
un attimo o una vita
prima che il
colore dell’assenza
riempisse lo spazio
vuoto dei tuoi
gesti, qui ogni cosa
tiene la conta di quello
che hai lasciato, qui
sento il tempo premermi
sul capo con tutto il
peso che ti riduce a
ombra, eco di un
corpo che acquista
movimento a ogni ricordo
a ogni fitta che ri
colma il palmo
di schegge, di voci, di
abbandono, stimmate
di chi muore a
chi non sa morire

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