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(in omaggio ad Andrea Zanzotto) un caso grammaticale sgrammaticato

Eccomi

Utente: vocativo
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fosfeni@hotmail.com Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

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martedì, 25 novembre 2008
Francesco Marotta, Impronte sull'acqua, Le voci della Luna 2008.

Da Imperfetta Ellisse:

 

[…] Marotta, che come ogni poeta è anche un Robinson, raccoglie scarti, relitti, oggetti di risulta e costruisce le sue architetture. Così oggetti fragili o appunto impronte che l'acqua non arriva a trattenere, siano essi metaforici e immateriali (un graffio d'anima) o dotati di una loro indiscutibile concretezza (un amplesso / dissennato e coeso) aprono un varco attraverso il quale forse è possibile, dice il poeta, farsi una ragione delle cose e degli eventi. E' questo il supremo tentativo della poesia. Anche se a volte la verità (o la realtà, che però, ricordando Gadamer, sono la realtà e la verità più vere del poeta) "è un’eco, un’ / impronta su / un foglio di via", oppure "qualcosa / che arriva alla porta e / vapora sull’uscio / in forma di respiro" o ancora un "inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio", per fortuna è pur sempre vero che "la pagina è pronta", che la parola trova la sua destinazione, sia essa il foglio o la mente del lettore in cui riesce a risuonare. Non potrebbe essere altrimenti.

 

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Giacomo Cerrai

 

*

 

Da Poesia da fare:

 

L’identità, automaticamente, per un riflesso burocratico, di garanzia, la associamo all’impronta.

Ma un’identità fatta di impronte-digitali adultera l’identità individuale. Rende un uomo riconoscibile nello statuto del consorzio umano. Controllabile, coercibile.

L’identità fondata sulle impronte-digitali è una falsificazione dell’umano, perché racconta la sua storia sulla scorta di un codice formale, non sul lascito di un’esperienza.

Un uomo non è la sua impronta-digitale. È soprattutto l’impronta che sulla pelle gli incide la vita.

La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta, quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa, perché l’idròmetra si posi e cammini sull’acqua e l’acqua glielo permetta senza affondarla.

In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola.

Perché la parola si posi e cammini sulla realtà e la realtà glielo permetta senza affondarla.

 

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Davide Racca

 

*

 

Dall’antologia poetica: “Leggere variazioni di rotta

 

Quest’ultimo aspetto è rimarchevole anche in Impronte sull’acqua, la cui fluidità fa da pendant alla lacerazione del verso, brachimetrico, franto eppure calmo, disarticolato su particelle minime del discorso che tendono alla biforcazione, ennesima metafora del generare. Vi è un incedere sinusoidale che getta il lettore su di un altro binario ad ogni epifora, una sorta di deragliamento che azzera il carattere denotativo per caricare di connotazione-evocazione la parola, consegnandola ad una ri-conoscibilità albale, incorrotta, farne incontro, apertura, ponte verso l’alterità, stupore.

 

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Luigi Metropoli

 

*

 

Da Spazio Zero:

 

Con il titolo e l’incipit (Una rosa, in pieno inverno,…)  entrambi di straordinaria bellezza e efficacia, Marotta ci consegna la chiave di lettura di  questo libro, la prima impronta per entrare in un mondo di suggestioni, di sommovimenti dove un dolore quasi palpabile unito a uno sguardo assorto, intenso, declina tutte le forme dell’assenza, dell’attraversamento, del trascorrimento. Un libro splendido, da leggere assolutamente.  

 

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Liliana Zinetti

 

*

 

Commenti da Nazione Indiana qui

  

*

 

Commenti da LiberInVersi qui

  

*

 

Non sottrarsi al dolore: un sofferto umanesimo” dalla prefazione al volume

 

Impronte sull’acqua conferma una ricerca più che ventennale: ricerca seria, inappagata, fuori dai riflettori della facile comunicazione e necessariamente dotata di forza etica, energia primordiale. Marotta matura una precisa scelta formale: sostantivi assoluti, utilizzo di parole-cardine al centro delle lunghe monostrofe a cascata e di incipit visionari e rivelatori, spaccature – meglio ferite – del verso che s’interrompe improvvisamente sulle preposizioni, linguaggio volutamente analogico e oracolare. Quasi il poeta avesse un ruolo profetico, salvifico. Comunicasse così il sovrasenso da cui muove la realtà in ogni propria inarticolata manifestazione in vista dell’altro, della sua inattingibilità.

Ne deriva un sofferto umanesimo: l’uomo non si trova a priori, non è un dato di fatto, emerge dal sostrato del linguaggio: è certo il linguaggio, allora, la chiave per aprire il resto, il di fuori. E per scoprirne, necessariamente, l’anima, il soffio vitale con cui convivere, fondersi in vista di un’unità possibile.

 

Ivan Fedeli

 

*

 

La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi” dalla postfazione al volume

 

Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana), è quello di porre un argine alla deriva, al disordine che pur fonda il reale. Perciò resta impossibile, nella prismatica girandola dei versi e dei verbi, estrarre un senso. Qui ogni segno vale se stesso e il contrario, in un azzeramento della logica aristotelica.

La sapienza prosodica e architettonica di Marotta, qui portata alle estreme conseguenze, ci dice tutto questo: il verso si frange, si sgretola, atomizzandosi, eppure conserva una cantabilità che spiazza, riuscendo nel miracolo di mostrarsi come frammento separato e autonomo e nello stesso tempo di intessere un tappeto sonoro unitario nell’intera silloge, fitto di rimandi, echi, rumori di fondo; la parola presiede al verso, eppure in un sinusoidale rincorrersi di suoni contribuisce alla costruzione di una sintassi tutt’altro che sgranata. Ancora una volta l’immediatezza del dettaglio prevale sull’insieme, ma è solo l’effetto di un primo sguardo: a lettura ultimata ci si accorge di come l’intero libro si costituisce come un lungo poema ininterrotto e il disegno finale si impone sull’apparente frammentarietà dei componimenti. È il gioco mirabolante dell’acqua, coi suoi riverberi e i suoi specchi, a moltiplicare le immagini, i segni, ampliandone le possibili letture. La scrittura, la parola e, ancora più nel dettaglio, l’alfabeto, in quanto partecipi della realtà, ne posseggono la chiave di lettura, il grimaldello per interpretarne il senso. Il libro del mondo si sfoglia tra il silenzio e la lenta sillabazione del verso, quasi in un incedere ipnotico e nel contempo terribilmente calato nel nostro tempo e nel nostro spazio. L’alfabeto è qui ciò che i numeri sono nella cabala ebraica: uno strumento interpretativo e un elemento costitutivo. È da qui che bisogna partire per comprenderne la portata profetica, un ideale dover essere che, beninteso, è utopia incarnata nel reale. La poesia di Marotta è profetica nel momento in cui non rinuncia ad interpretare la realtà in chiave utopica e perciò politica. La parola è etica nel suo stesso porsi, proprio perché è calata nella realtà: afferma il reale negandosi, rinunciando momentaneamente ad una presenza per sperare ancora in un permanere sotterraneo, invisibile, caduco, eppure ostinato. Qui la negazione, quasi in aderenza alle teorie mistiche medievali (ma, paradossalmente, scrostate di misticismo e dottrina metafisica per attenersi invece all’esistente), ha il valore di un origine e di un compimento, ma soprattutto è la cifra dell’essere terrestre che non è se non in transito. Eppure è quella transitorietà a tenere insieme nascita e morte, inizio e fine, lume e ombra (figure che abbondano nel libro), quel persistere nonostante tutto.

Questa è una poesia del sensibile e dell’intelligibile, della perdita e dell’assenza, che rinuncia ad appartenere ad un determinato luogo e ad un determinato tempo per scommettere in un futuro remoto, in un altrove non-luogo non meno reali.

 

Luigi Metropoli

 

*

 

proprio sul margine è la prima

prova, il tuo alfabeto

già respirato dal silenzio 

se arrivi appena a

pronunciare un nome

sfiorando la veglia di

anime abbracciate

per agonia di una

risposta attesa, se

a fare ombra intorno

è un vento, un

tuffo a labbra ferite

nel cammino, la chioma

scomposta di lampade

che si rincorrono

si urtano, non

si riconoscono, ma

sono state il rosa di ogni pelle

la seta, l’oro che fascia

crudeltà di gesti

la fine del racconto

o forse il canto

con quella voce, l’ultima

in movimenti d’opera

con quelle mani a strali
e sulla lingua un

laccio di sere

che si trascina astri e

maree, quando in vuoti

bruniti di luce porta un paese

a spasso, dice nascimi

un sogno, nascimi ancora

strade incuranti del

ricordo, lasciami un

segno, un’

impronta d’acqua

 

*

 

mille nomi da

ardere e

correnti che

domandano

requie, una

parola

che imponga ai passi

di restare al

la terra

attraversare

l’illusione di

fiorire senza seme

il tormento che

forza la radice

a salire, a

dissolversi in

foglie

sulla lingua del

sole, così

cessa, nel suo stesso

vagare, il

petalo d’acqua

che l’autunno tra

scorre in silenzio

sopra lame di tempo

e memoria, di

brina

 

*

 

mi è

necessaria ogni

bottiglia, la conta del

le urla

che graffiano la gola, le

fiamme che rovinano al petto

i loro grumi di

cenere ardente, ora che

la pagina mi fissa, non

si turba

a volte schiuma, si

gonfia nel bianco

in solidale

attesa di una stessa

morte

 

*

 

gli specchi hanno memoria

residui di certezza

assorbiti in estasi di vetro

sono scrigni dove il pensiero

fruga e, cieco, s’inventa

il profilo dei frammenti

che stringe tra le dita, ne

indovina lo sguardo, cerca di

ricomporre un suono, l’

ipotesi di un volto, di

una voce, con quella forza

vana che lo assomiglia

al passo dell’ubriaco, al

la bocca di chi vede trascorrere

il passato in forme liquide

e nel moto scomposto

crede ogni cosa possa ri

comporsi in essere, dal fango

dal fumo che respira, da

un coro sommerso di

stagioni, mi guardo e

dico sono nel giusto, io che

mi nego a ogni pozza d’acqua

e, sordo al richiamo del

le fonti, i sogni spingo

al fondo delle arterie

consumati ad arte dal

la risacca del sangue, dal

l’abitudine molesta di

sentirmi cosa viva, un

bambino che stringe in mano

una pagina colma di

storie, ma senza segni

priva di parole

 

*

 

sapersi in sintonia

con la luce

franata dove sei stata

un attimo o una vita

prima che il

colore dell’assenza

riempisse lo spazio

vuoto dei tuoi

gesti, qui ogni cosa

tiene la conta di quello

che hai lasciato, qui

sento il tempo premermi

sul capo con tutto il

peso che ti riduce a

ombra, eco di un

corpo che acquista

movimento a ogni ricordo

a ogni fitta che ri

colma il palmo

di schegge, di voci, di

abbandono, stimmate

di chi muore a

chi non sa morire

 

 

Postato da: vocativo a 17:49 | link | commenti (7) |
letture, di versi, de scrivere


Commenti
#1   26 Novembre 2008 - 08:39
 
bella questa antologia, anche critica, di Francesco. Se la merita, semplicemente perchè è bravo. Grazie di aver citato anche me.
un caro saluto
g.cerrai
utente anonimo

#2   26 Novembre 2008 - 17:21
 
Non c'è di che! Su imperfetta ellisse trovo sempre pagine dense!
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#3   27 Novembre 2008 - 14:41
 
Un grazie e un abbraccio ad entrambi.

fm
utente anonimo

#4   27 Novembre 2008 - 15:15
 
Il grazie, Francesco, è condiviso naturalmente, visto che riguarda sia chi fa poesia sia che ne scrive (e in questo post sono raccolti contributi da varie fonti: e se ce ne sono diversi vuol dire anche che questi versi hanno avuto una buona accoglienza).
Quindi, estendendo ancora di più: un grazie a tutti i lettori :)
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#5   28 Novembre 2008 - 23:35
 
Per personale inclinazione, apprezzo moltissimo le ultime due, circostanziate, e per questo cariche, ad ogni verso, di significati che approfondiscono il non detto, le pieghe ascose del vivere umano.
Qui la poesia è sempre ad altissimo livello.
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#6   01 Dicembre 2008 - 09:46
 
Grazie della lettura, Antonio.

fm
utente anonimo

#7   09 Dicembre 2008 - 20:39
 
caro voc,
come ti ho già scritto sto leggendo e rileggendo questo libro, con il timore reverenziale che provo naturalmente ad accostarmi a una persona come Francesco, grandissima umanamentep rima che culturalmente. così non sono pronto per lasciare un commento che sia critico in senso stretto, ma voglio sottolineare l'importanza di questo libro e la mia meraviglia per entrarci, meraviglia di cui non sono ancora venuto a capo.
un libro di uno spessore enorme.
da leggere e rileggere.

francesco t.
utente anonimo

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