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(in omaggio ad Andrea Zanzotto) un caso grammaticale sgrammaticato

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domenica, 27 gennaio 2008
"luogo della memoria pomeriggio di festa giovane umanità antica fiera indigesta"

Due vie italiane alla shoa, molti anni dopo...

Invito a leggere su La dimora del tempo sospeso questo post di oggi e questi versi di Giuliano Mesa, inserite da Francesco Marotta sul suo blog qualche tempo fa.

Poi, ancora questa splendida (e tremenda) lirica da Hairesis di Francesco Marotta, invitandovi a leggere un commento di Biagio Cepollaro:

LETTERA DA PRAGA

fango dislagato in pozze di cielo

l’urlo che annaspa stretto alle sue radici   musica sghemba

s’irida

in

prospettive e note di volo   disordine necessario

che ripete l’occhio a curare lampi malati –

 

e allora pensi il chiarore   il suo profumo offeso

soglia che immette in terre senza luogo 

dove

calchi di vento

segnano il confine tra attesa e oblio   e il futuro è un volto

che riemerge

da franate memorie sottovetro   una catena di passi

marcati col sangue uno a uno

dalla foce del Sele alle porte del Hrad   un ponte di croci

gettato sull’abisso…

 

 

                                 mio padre coltivava sogni

dietro il filo spinato di terragne lune   tra cumuli di vite

lasciate a marcire

                             e una viola

                                                spuntata per caso in pieno gelo

li allevava nel piscio nel vomito

di bocche smembrate   proprio i sogni

che resistono alla deriva degli anni

quelli che lasciano una traccia indelebile ad ogni risveglio

 

                un papavero che vigila le messi un

                fiammifero

                che

                urla alla marea un’ala

                trafitta di chiodi

                un frammento di buio strappato a un delirio di luci

 

forse

già da bambino abitava il fuoco

che il giorno porta iscritto dentro il palmo

gabbiano insonne

che misura il naufragio della storia

come si guarda il tempo di una vela

                                                            in balìa delle onde

del crepuscolo –

                                                                                 

ora dal reliquiario delle sue sacre ombre

qualcuno libera serpi

                                   a impastare il pane delle stelle

 

 

 

 

 

 

 

solo la sua mano

                            ancora

                                         s’illumina

                    all’oracolo sapiente della spiga

                    recita parole d’esilio

                                                       esorcismi contro l’artiglio

                    uncinato della grandine

                    una preghiera a un dio senza altari

                    un breviario di immagini

                    dove il fumo che spunta dai camini

                    non è alito di ceri e d’incenso ma un respiro  

                    che ieri

                    aveva occhi

                                         e voce             

                    

                    era

                          dita smagrite d’infanzia

                    che disegnavano rotte di astri splendenti

                    sulle pareti dell’inferno  

                                                           nei corridoi di Terezin                    

                    o tra le case sventrate del ghetto –

                                                                            era

                    bambini che ritagliavano ali di luce

                    scavando coi denti nell’ombra

                    incidendo brandelli di pelle  

                    sul corpo inesplorato degli anni

                    dove non sarebbero stati –

                   

                    rischiaravano la pianura boema

                                                    annerita da nuvole d’acciaio

                    solcata da transiti di uomini cavie

                                                                            stipati nel ventre

                    di carri bestiame…

                   

                  

                                                     se ti fermi e accarezzi la terra

                     che conserva il calore

                                                         la linfa di giorni infiniti

                                                                                                 mai nati               

                     ogni stelo che spunta ai tuoi piedi

ha la forma di un calice –

                    simbolo perenne di un unico rito

                                                     il ritorno ai deserti di un grido

 

 

 

 

 

...

 

 

 

(i vivi – diceva

è

appena un

rigagnolo di vino   memoriale della terra e

delle stagioni

che dall’orlo colmo cade

e accende sui prati

alfabeti fraterni

di assenza –

                      lumi apparecchiati

per la cena interminabile

                                         dei morti )

 

 

 

ogni sera accosto alle labbra

la sua pupilla di sopravvissuto –  estranea a un mondo

che rimargina ferite con l’oblio   l’orrore

con il balsamo e i drappi putrefatti

                                                        dell’eterno

 

                incessante dismisura del sentire   mappa vegliata

da silenziosi inverni 

                                  dalla neve che cova salici e mulini

giorni d’alveare   nel cratere

dei numeri abrasi   sfrangiati dall’unghia della tenebra

sul braccio –

                        muta sorgente

di polvere

 

                  rifiorita d’albe nel passaggio

 

Postato da: vocativo a 11:12 | link | commenti (9) |
di versi, di vita, di storia


Commenti
#1   27 Gennaio 2008 - 21:53
 
Paolo Fichera ci offre un ricordo da territori "di frontiera", sulla Rivista Pagina Zero, riportando sul blog quest'articolo, già apparso in cartaceo, su Miklos Radnoti, a firma di Katia Paoletti:

http://rivistapaginazero.wordpress.com/2008/01/27/miklos-radnoti-poeta-antifascista-ungherese/
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#2   27 Gennaio 2008 - 23:13
 
Grazie.

fm
utente anonimo

#3   28 Gennaio 2008 - 11:03
 
Grazie a te, Francesco, per questa splendida poesia. Peccato che la formattazione non le rende giustizia, ma meglio di così non ho saputo fare.

Ad ogni chi fosse interessato può leggere l'intera silloge Hairesis, in formato e-book su www.cepollaro.it
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#4   28 Gennaio 2008 - 12:58
 
pareva (infatti) formattata in modo strano. ;-)

andrò a sbirciare quanto prima
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#5   28 Gennaio 2008 - 13:41
 
Grazie Luigi per la segnalazione. Ecco una poesia di Miklos Radnoti

Dov’è la notte? Non tornerà mai più quella
notte,
perché tutto ciò è stato, e la morte dà a tutto
un altro orizzonte.
Seggono accanto al tavolo, si nascondono
nel sorriso delle donne,
e dal nostro bicchiere berranno coloro che,
insepolti
in lontane foreste e in pascoli stranieri, ora
dormono.

(Lager Heideman, sopra Zagubica, 17 agosto 1944)
utente anonimo

#6   29 Gennaio 2008 - 10:58
 
veramente densa questa poesia di francesco. Da masticare lentamente..
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#7   29 Gennaio 2008 - 22:51
 
La memoria è un dovere, insufficiente compenso a quanti patirono la storia, la disproporzione è immane, e per questo maggiormente ci tocca ricordare, oggi e ancora.
Mio nonno era stato prigioniero nei campi in Germania (ma questa è un’altra storia d’uno stesso orrore), uno fra i tanti condannati alla fame. Da bambino, nei giorni di febbre, che ai bambini sempre soverchiano, mi raccontava tutta la sua guerra, un racconto sempre uguale, ed io m’abbeveravo a quella fonte di memorie.
La barbarie nazista c’ha lasciato una tremenda eredità di follia ed orrore, a noi tocca vigilare perché simili fatti non abbiano mai a ripetersi, però ogni anno in questa data ricordo sempre quanti ad Hiroshima e Nagasaki trovarono una morte meno lenta ma, io credo, carica delle stesse colpe, poi si sa, la guerra la raccontano i vincitori, ed il resto è storia…
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#8   30 Gennaio 2008 - 00:31
 
Grazie ancora, ragazzi.

fm
utente anonimo

#9   31 Gennaio 2008 - 16:41
 
Questa lirica di Francesco ha una tale espansione che il solo tratto di opposizione e di memoria è solo una parte di un complesso disegno.

Concordo con Luca sul "masticare", data la densità del trsto.

voc
utente anonimo

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