![]()
Nome: L. M.
fosfeni@hotmail.com
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

19 luglio 1992
absolute poetry
alessandro ramberti
alivento
altra consapevolezza
amarylli
anarchica
antonella pizzo
Atelier - gli artigiani della parola
Berto Piandelli
carmillaonline
cepollaro
cepollaro blog
cepollaroarte
chiara daino
chiara de luca
Clepsydra edition
COLLETTIVO SODA
corriere della sera
CosĂ vicini, cosĂ lontani.
CrisalideInversa
cristina babino
cristina babino wordpress
dissidenze.com
divino scrivere
DrFloyd
Energia pulita
EnoDelirio
erodiade
Expanded Cinemah
fabrizio centofanti
fara
Federico Federici
filippo davoli
Film.tv
flux
Francesco Marotta
Franco Arminio
Franco Battiato
frontiera
FuoriCasaPoesia
gammm
georgiamada
Gianfranco Fabbri
giorgio di costanzo
giuliomozzi
Imperfetta Ellisse
information guerrilla
Invisibile 135
Istanti
Italinemo
la poesia e lo spirito
la repubblica
La stampa web Maurizio Cucchi
Le valige di Tulse Luper
lebowskiana
macchianera
marco casentero
marco giovenale
marco giovenale wordpress
Marco Saya
Maria Pia Quintavalla
marina pizzi
massimo sannelli
Massimo73
mattatoia n. 5
matteo fantuzzi
merchesadixit
nabanassar
narrando
nazioneindiana
offlaga disco pax
oltrenauta
Ottavio Rossani
pagina zero
paolo fichera
parcopoesia
pennastilo
Peter Greenaway
Poecast
Poesia
Poesiainternet
poetessa del vento
poetiche
porthos - ribelle nobile disperato
Primo amore
rael is real
Railibro
RitaM
rizoma
Roberto Tossani
scritture in attesa
Sick & Tired
simone lago
Slow food
Spietati
stefano gugliemin blog
stefano massari
Stella Variabile
tulse luper 2
Via delle belle donne
vibrisse
vincenzo mastropirro
virgin prune
Voglio Le Prove!
www.decrescita.it
visitato *loading* volte

BATTE BOTTE
Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un’aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l’ombra
Per il Quais)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L’acqua (il mare
Che n’esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.
Dino Campana, Canti orfici, 1914.

Per soglie d’increato esibisce fin dall’architettura una calcolata simmetria: 4 sezioni di 16 liriche (l’ultima di 10), a testimonianza di un’armonia che si specchia ad ogni livello del testo. La silloge è la parte edita di circa 400 componimenti che hanno impegnato Marotta per 12 anni: un’opera complessa che cresce su se stessa, caratterizzata da una «sintassi organica» (P. Fichera). La parola nasce dalla parola, il verso dal verso, le immagini rimandano ad immagini… un mise-en-abîme il cui nucleo è in fuga (sbalordisce la tenuta semantica di 4 liriche «nascoste», frutto della sutura di 16 capoversi per sezione, come nota Fichera). La metamorfosi e il differire, assi portanti della raccolta, si riflettono, sul piano formale, nel procedere analogico – l’ininterrotto flusso di immagini sottende un’estetica del frammento, e risale il sentiero dell’uno-tutto, specchiandosi e generandosi nelle tessere di un grande mosaico –, e nell’abbondanza di metafore – imperniate sulla preposizione di, genitivo che rimanda all’atto del generare/biforcare (il titolo ne è un esempio). Questi artifizi retorici agiscono su una dinamica dei contrari che contraddistingue l’intero libro. Infatti la natura che lo popola è polarizzata: acqua, neve, gelo; fuoco, cenere, sabbia. La tensione fra gli opposti innesca un fluire senza tregua: la parola è equorea, figura della metamorfosi; le sabbie sono continua mutazione di forme, nell’articolarsi diverso delle dune. Adagiatosi sul fluttuare del verso, il lettore entra in un ordine diverso di idee, sapendo che se la grammatica è data, è la liquidità del suono a slittare sull’asse del significato, generando inconsueti scenari: la sintassi è ordinata, il suo procedere tuttavia muove da un senso logico-razionale ad uno analogico-visionario. Il tono alto vive di repentine deviazioni, bruciando immagini e concetti nel verbo. Nella dialettica del libro si inseriscono, infine, speculazione e canto, dando vita ad ulteriori innesti e diramazioni. Il pensare è il medio di una proporzione che vede estremi corpo e immagine. L’io, rinunciando all’individualità per farsi plurale, vive in simbiosi con la natura (un corpo-natura da intendersi come spartito dove, per frizione, sboccia la lingua-poesia: impasto di carne e terra). Il pensiero, a sua volta, è conseguenza della creatività della mente, della sua attitudine a produrre immagini: una sintesi di logos e istintualità. Secondo tale principio, la visione, e la sua traduzione in pensiero e canto, è la cerniera tra sé e altro, il luogo del dialogo su cui l’autore insiste: per Marotta è dono, apertura, stupore nel rivelarci uomini, consci della nostra finitezza: «tu dialoga con lo stupore/ che non conserva tracce» (p. 17). Nella ricerca ostinata di condivisione, attraverso una parola immanente, risiede la forza etica e utopica del libro.
L.M., recensione a F. Marotta, Per soglie d'increato, in "La Mosca di Milano" n. 20 maggio 2009, pp. 124-5.

È con colpevole ritardo che scrivo di un libro di poesia che come pochi altri sa coniugare effervescenza linguistica e grande concretezza. L’acciuga della sera i fuochi della tara indaga quel punto in cui la parola poetica diverge e strappa, si fa furiosa, protesta fino a riversare nel reale le sue tensioni (o meglio sarebbe dire che il reale trasferisce le sue tensioni nella lingua): sbaraglia l’ordinario in direzione di un certo surrealismo che direi materico, magmatico. La parola non astrae, ma divide nel momento in cui nomina, solca il reale, cerca la formula precisa. La poesia di Marina Pizzi è riconoscibile tra mille voci poetiche e questo è segno di un’identità forte: il rincorrersi incessante di sequenze sonore non cerca l’ipnosi, ma il risveglio a suon di ceffoni, l’escursione lessicale si erge contro l’utilitarismo della lingua, la sua stagnazione, metafora forse di una protesta in qualche modo sociale. Lo scardinamento della lingua diventa allora allegoria dell’assalto al reale, a ennesima conferma che la poesia è un atto politico fin dal suo fondarsi, indipendentemente dalle tematiche che affronta.
Nessuno sdilinquimento, ma nemmeno nessuna volontà di sorprendere a tutti i costi. Il verso è necessario quanto ciò che veicola e viceversa. Tutta una rincorsa alla ricerca di un “senso non ovvio”. E non è poco.
Versione voce e chitarra di Song to the Siren. Meraviglia!

Sulla Dimora del tempo sospeso Caminos del espejo di Alejandra Pizarnik nella traduzione di Stephanie Golisch. Invito tutti a leggerlo.
Intanto propongo qui nella versione di Claudio Cinti (per i tipi Crocetti, 2004) qualche altro verso della poetessa argentina:

Esattamente 30 anni fa si consumava in una clinica newyorchese la breve esistenza di Demetrio Stratos. Aveva 34 anni. Stratos, di cui già altre volte si è parlato in questo blog, è stato uno dei massimi interpreti vocali della storia della musica rock e sperimentale. Al di là dell'impareggiabile dote che lo contraddistingueva (davvero al di là delle umane possibilità gli herz che riusciva a raggiungere la sua voce, tacendo delle sue capacità di riprodurre fino a quadrifonie), fu a tal punto egli stesso la cavia delle sue ricerche che condusse studi con il CNR, approfondì le modalità canore di tradizioni diverse da quelle occidentali (la naturale condizione multiculturale di Stratos, nato ad Alessandria d'Egitto da genitori greci e trasferitosi prima a Cipro e poi in Italia, l'ha aiutato senz'altro in tal senso), come quelle arabe e dell'Estremo Oriente per fonderle nel suo strumento, la sua voce. In effetti la musica di Stratos (e quella degli Area) è stata una musica "diversa", simile a nessun'altra, frutto di una passione infinita per la sperimentazione e di una fede nelle possibilità e acquisizione delle conoscenze dell'uomo. Nessuno in quegli anni si era spinto così a fondo nella ricerca vocale e aveva raggiunto tali risultati nell'esecuzione, ma quello che per un uomo comune era una dote straordinaria per Stratos rappresentava unicamente un grande affinamento della tecnica, dunque qualcosa a portata di tutti. Probabilmente a fargli credere così erano anche le sue idee sociali: i suoi risultati non potevano ridursi a una personale e privata acquisizione, ma dovevano essere alla portata di tutti. Sono note le sue posizioni politiche che lo conducevano a un impegno che non poteva non passare per la stessa sperimentazione musicale.
Qui di seguito qualche esempio della sua arte, della sua ricerca e delle sue idee politiche che emergevano dalla sua musica:
Per approfondimenti si possono leggere:

Pannychis XI è una Pizia ormai vecchia che vaticina a casaccio, sollecitata più dall’umore incostante che dall’arte divinatoria. Suo rivale è Tiresia, anziano anch’egli, finto cieco che con calcolo e premeditazione vende le proprie profezie a ricchi sovrani. Delfi, luogo in cui si consuma la loro vicenda umana, non è l’ombelico del mondo, bensì una piazza d’affari dove si specula sull’insipienza degli uomini.
Tuttavia lo scrittore svizzero non si limita a una critica del contingente, come chiarisce il finale del racconto. In punto di morte

“Potremo dire, allora, che il capitalismo, spingendo all'estremo una tendenza già presente nel Cristianesimo, generalizza e assolutizza in ogni ambito la struttura della separazione che definisce la religione. Dove il sacrificio segnava il passaggio dal profano al sacro e dal sacro al profano, sta ora un unico, multiforme, incessante processo di separazione, che investe ogni cosa, ogni luogo, ogni attività umana per dividerla da se stessa ed è del tutto indifferente alla cesura sacro/profano, divino/umano. Nella sua forma estrema, la religione capitalistica realizza la pura forma della separazione, senza più nulla da separare. Una profanazione assoluta e senza residui coincide ora con una consacrazione altrettanto vacua e integrale. E come, nella merce, la separazione inerisce alla forma stessa dell'oggetto, che si scinde in valore d'uso e valore di scambio e si trasforma in un feticcio inafferrabile, così ora tutto ciò che viene agito, prodotto e vissuto - anche il corpo umano, anche la sessualità, anche il linguaggio - vengono divisi da se stessi e dislocati in una sfera separata che non definisce più alcuna divisione sostanziale e in cui ogni uso diventa durevolmente impossibile. Questa sfera è il consumo. Se, com'è stato suggerito, chiamiamo spettacolo la fase estrema del capitalismo che stiamo vivendo, in cui ogni cosa è esibita nella sua separazione da sé, allora spettacolo e consumo sono le due facce di un'unica impossibilità di usare. Ciò che non può essere usato viene, come tale, consegnato al consumo o all'esibizione spettacolare. Ma ciò significa che profanare è divenuto impossibile (o, almeno, esige delle procedure speciali). Se profanare significa restituire all'uso comune ciò che era stato separato nella sfera del sacro, la religione capitalista nella sua fase estrema mira alla creazione di un assolutamente Improfanabile."
G. Agamben, Elogio della profanazione, in Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2005, pp. 93-4.

"Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi"
Giovanni Falcone dopo l'attentato dell'Addaura (20-6-89)

a- […]
Verranno i bimbi, ma nessuna parola
troveranno, nessun segno del vero.
Mentiremo. Mentirà il mondo in noi,
anche in te, pura. Forse
per te di tenui note
si costelleranno odorati quaderni;
a domande, a pastelli, a scritture
vergini, verginalmente
darai forza. Necessità e finzione:
ché nulla, nulla dal profondo autunno,
dall’alto cielo verrà, nessun maestro […]
è come se
in questo andare che non ha ancora
senso, ma già rifiuta la paura
rifiuta il silenzio – ah individuata
e subito confusa legge, bruto
plasma, densissima lingua –
io sia colui che “io”
“io” dire, almeno, può, nel vuoto,
può, nell’immenso scotoma,
“io”, più che la pietra, la foglia, il cielo, “io”:
e, in questo, essere indizio, dono,
dono tuo, agli altri donato.
Primo elemento di una
proposizione, morula
imprecisa, persa ancora
in bui uteri, promessa.
Primo elemento, stacco
d’invischiato volo, soffio
sugli occhi – anche dei bimbi – rischio
di chi fu piaga e piaga
è ancora, ma più
scopre nel suo tremare
l’ostinazione, la brace,
l’ala di mosca superstite; e guarda,
tondo, torpido scrigno di sguardi,
anche se ancora non sa
né amore né insegnamento.
A. Zanzotto, IX Ecloghe, Mondadori, 1962.
Le grandi fiere sono lo specchio dei nostri tempi: frenetiche, sovraccaricate di incontri, eventi, presentazioni, stand mirabolanti, volontà di stupire e dio solo sa quali altre diavolerie.
La fiera è una vetrina con nessun’altra utilità se non il rappresentare se stessa. Il suo ruolo è
unicamente performativo. Non c’è altro. Chi vi partecipa ci va malvolentieri (a meno che non abbia intenzione di divertirsi per un qualche altro motivo), con quella fastidiosissima rassegnazione: “ci vanno tutti, bisogna esserci”. La presenza, il networking, la cura delle relazioni sono oggi talmente separate dal fine di sortire qualche utilità umana o lavorativa, che si autoproducono all’infinito per il solo gusto di perpetuare la propria manifestazione.
L’autore che rincorre l’editore, l’editore che si trincera in spazi invalicabili, stile zone rosse, off limits, che cerca di stringere relazioni con tizio o con caio perché può sempre servire. L’editore che è meglio mandare un altro al mio posto, l’editore che finge di riservare uno spazio ai manoscritti, un altro ai cv e poi sarà tutta carta di cui liberarsi in fretta (mica la vogliamo portare con noi alla sede?). L’editore che inventa progetti improbabili solo per incuriosire i meno scaltri e per sottrarre qualche soldo magari a un ente pubblico. L’editore che non è presente col suo stand ma poi rosica a casa quando vede gli inutili servizi televisivi.
La fiera è così. Torino non fa eccezione.
L’unica nota positiva è che finalmente ho conosciuto Mauro Daltin (co-direttore insieme a Paolo Fichera della purtroppo ferma “Pagina Zero”), dopo che sia io che lui da circa due anni sentivamo parlare dell’altro, tramite amici comuni. Per questo ringrazio Paolo e Manuela.
Era nello stand di Ediciclo, la casa editrice per cui lavora, interamente dedicata alla bici e al ciclismo. Tra le altre cose hanno pubblicato I riciclisti (con annesso cd), di Andrea Satta dei Tetes de Bois, band che non bisognerebbe mai smettere di apprezzare. Per chi volesse sapere cosa è successo sul passo dello Stelvio nel Giro d’Italia del ’75: quando i gregari per una qualche divina, fortuita circostanza assurgono al ruolo di capitani. Chiedere di Bertoglio e Galdos. E poi tanto altro ancora.
.jpg)
leggete qui

L’etica fondata sul valore mercantile, il lavoro come supremo compimento di un’esistenza svuotata di passioni, il narcotico rituale dell’acquisto e del possesso di beni come compensazione alla routine produttiva, la logica del progresso e del benessere, artefici di indolenti dipendenze: è l’inquietante scenario della società occidentale, che esprime la propria volontà di potenza attraverso la corsa spasmodica ai consumi e si legittima tramite la spettacolarizzazione del potere. Questa è la rovente materia trattata dal libro di Raoul Vaneigem. L’autore belga terminò la stesura dell’opera nel ’67, un anno prima di quel Maggio francese che provò a scuotere le fondamenta di istituzioni precocemente incanutite, tuttavia non v’è traccia di obsolescenza nelle sue analisi e nell’afflato utopico che le sottende. Insieme ad altri fondamentali scritti germogliati nello stesso humus culturale, come L’uomo a una dimensione di Marcuse e La società dello spettacolo di Debord, il Trattato del saper vivere non si limita a un’interpretazione storica e sociologica di quei temi, ma si pone come libro-manifesto di un’epoca e di uno spirito vivificati dal rifiuto del potere gerarchico-capitalistico. Sintesi delle teorie anarco-libertarie, il saggio è un’epitome dell’intero pensiero situazionista, supportato da una ferma volontà propositiva, con l’obiettivo di smuovere non solo il giudizio critico del lettore, ma anche la sua creatività, forza primigenia che si lega a una profonda urgenza di emancipazione: l’invito a una presa di coscienza che sfoci nella prassi è l’intento principale del Trattato. L’umiliazione, la sofferenza, l’isolamento dell’uomo sono il risultato della «necessità di produrre [che] è sempre stata antagonista del desiderio di creare»: solo la spontaneità, scintilla di liberazione soggettiva e collettiva, può sovvertire il destino di «una società designata a perdersi» (Pasolini).

utente anonimo in Splendido Tim Buckle...
Marswithin in Song to the Siren - ...
Marswithin in Song to the Siren - ...
Marswithin in Song to the Siren - ...
utente anonimo in Da Luciano Bianciard...
utente anonimo in Demetrio Stratos
nestore22 in Demetrio Stratos
utente anonimo in Demetrio Stratos
utente anonimo in Friedrich DĂĽrrenmat...
utente anonimo in Licio Gelli condutto...
oggi
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005