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(in omaggio ad Andrea Zanzotto) un caso grammaticale sgrammaticato

Eccomi

Utente: vocativo
Nome: L. M.
fosfeni@hotmail.com Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

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giovedì, 02 luglio 2009
A un amico lontano - Dino Campana, Batte botte

BATTE BOTTE

Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un’aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l’ombra
Per il Quais)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L’acqua (il mare
Che n’esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.

 

Dino Campana, Canti orfici, 1914.

Postato da: vocativo a 23:50 | link | commenti |
di versi

mercoledì, 01 luglio 2009
Luigi Nacci - Avrai poche cose ma quelle le avrai

Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
la forfora nei vasetti, i ciuffetti
di sebo, il pelo perso a primavera.
L’urna che mi conterrà non la mettere
nell’atrio: scoperchiala presto, riempila
di bora, fanne una fioriera
di cicloni. Stappali i vini,
versali a terra, allaga il corridoio:
chiama alla festa il condominio.
 
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
febbri psicosomatiche, cirrosi
autunnali, climatiche sciatalgie.
Della mia collezione di tumori
salva i pezzi più rari.
Un paio di aritmie le ho lasciate
sotto il materasso matrimoniale:
aggiustale come puoi. Ma l’infarto
sotto il cuscino no, lascialo stare.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
i carteggi con il nano, con l’orco,
col vecchio cieco del piano di sotto.
A quelli del circo non dire niente,
piangerebbero troppo. Sul mio cippo
scrivi: qui giace temporaneamente
uno che ce l’avrebbe pure fatta.
Non aggiungere niente.
Girati, allontanati via di fretta.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le multe della biblioteca,
i segnalibri parlanti di notte.
Farai fatica a respirare
d’estate. Più di sette, tanti, troppi
saranno i giorni della settimana.
Sfoglierai calendari come petali.
Costruirai un’altalena di nascosto
per venirmi a cercare sugli scivoli.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le forchette spuntate, le tovaglie
a quadri, le briciole ballerine.
Le mareggiate nei boccali
non ti dovranno spaventare,
né i terremoti in lavatrice:
la pace verrà dopo il funerale.
Lentamente ti tornerà la fame.
Verrà il giorno che non saprai il mio nome.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
nelle cornici foto non scattate,
il tip-tap dei chiodi sul muro.
Togli le grate alle finestre,
ché vengano a rubare.
I ladri portali alle giostre,
finché c’è fiato falli divertire,
poi chiudi gli occhi: conta fino a cento,
a centocinquanta li puoi riaprire.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le monete di cioccolata,
il salvadanaio con i canditi.
Ricorda la mancia al postino,
rimanda la posta al mittente.
Svuota la casa, regala le cose
al tizio che vive di fronte.
Dormire sul marmo fa bene all’ernia.
Sii grasso, mai pesante.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
la sedia a dondolo di rovere
per le decisioni importanti;
lo sgabello girevole in acciaio
per traballanti fantasticherie;
la poltroncina in faggio
per i mancamenti improvvisi;
ma sceglierai il divano-letto in pelle,
quello vecchio, coi bordi lisi.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
i soldatini di latta affamati
diretti in dispensa a marcia forzata.
Ti saranno alleati gli orsacchiotti
di pezza, i dizionari dei sinonimi
e contrari, la carta da parati
a fiori, mezza scatola di sigari
fumati. Le guerre le perderai
tutte. Consolerai gli ammutinati.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
mappamondi smagriti dalle diete,
cartine stradali scadute.
Abiterai nei treni arruginiti,
fra le reti dei pescherecci,
sulle ali degli aeroplani.
Ti chiederanno dov’è casa tua.
Risponderai facendo spallucce.
Passerà un attimo e mi penserai.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le zanzariere da disincastrare,
le colonie di tarme negli armadi.
Abbevera i ragni in cantina.
Nutri le rondini in inverno.
Apri ai colombi la cucina.
Parla in balcone ai girasoli.
Se deve venire, verrà col vento
la vocazione.
 
Avrai poche cose ma quelle le avrai:
 
le lampadine fulminate,
il buio, i fantasmi fosforescenti.
Ad occhi chiusi t’incamminerai.
Vivrai sotto i ponti di giorno.
La gente al volo afferrerai.
Chiamerai la luna dai tetti.
Ridurrai in nuvole il fumo.
Tra i gatti sarai solo, come un dio.
 
Avrai poche cose, tra quelle cose
ci sarò io.

Postato da: vocativo a 23:14 | link | commenti |
di versi

martedì, 30 giugno 2009
Francesco Marotta, Per soglie d’increato – Il Crocicchio

Per soglie d’increato esibisce fin dall’architettura una calcolata simmetria: 4 sezioni di 16 liriche (l’ultima di 10), a testimonianza di un’armonia che si specchia ad ogni livello del testo. La silloge è la parte edita di circa 400 componimenti che hanno impegnato Marotta per 12 anni: un’opera complessa che cresce su se stessa, caratterizzata da una «sintassi organica» (P. Fichera). La parola nasce dalla parola, il verso dal verso, le immagini rimandano ad immagini… un mise-en-abîme il cui nucleo è in fuga (sbalordisce la tenuta semantica di 4 liriche «nascoste», frutto della sutura di 16 capoversi per sezione, come nota Fichera). La metamorfosi e il differire, assi portanti della raccolta, si riflettono, sul piano formale, nel procedere analogico – l’ininterrotto flusso di immagini sottende un’estetica del frammento, e risale il sentiero dell’uno-tutto, specchiandosi e generandosi nelle tessere di un grande mosaico –, e nell’abbondanza di metafore – imperniate sulla preposizione di, genitivo che rimanda all’atto del generare/biforcare (il titolo ne è un esempio). Questi artifizi retorici agiscono su una dinamica dei contrari che contraddistingue l’intero libro. Infatti la natura che lo popola è polarizzata: acqua, neve, gelo; fuoco, cenere, sabbia. La tensione fra gli opposti innesca un fluire senza tregua: la parola è equorea, figura della metamorfosi; le sabbie sono continua mutazione di forme, nell’articolarsi diverso delle dune. Adagiatosi sul fluttuare del verso, il lettore entra in un ordine diverso di idee, sapendo che se la grammatica è data, è la liquidità del suono a slittare sull’asse del significato, generando inconsueti scenari: la sintassi è ordinata, il suo procedere tuttavia muove da un senso logico-razionale ad uno analogico-visionario. Il tono alto vive di repentine deviazioni, bruciando immagini e concetti nel verbo. Nella dialettica del libro si inseriscono, infine, speculazione e canto, dando vita ad ulteriori innesti e diramazioni. Il pensare è il medio di una proporzione che vede estremi corpo e immagine. L’io, rinunciando all’individualità per farsi plurale, vive in simbiosi con la natura (un corpo-natura da intendersi come spartito dove, per frizione, sboccia la lingua-poesia: impasto di carne e terra). Il pensiero, a sua volta, è conseguenza della creatività della mente, della sua attitudine a produrre immagini: una sintesi di logos e istintualità. Secondo tale principio, la visione, e la sua traduzione in pensiero e canto, è la cerniera tra sé e altro, il luogo del dialogo su cui l’autore insiste: per Marotta è dono, apertura, stupore nel rivelarci uomini, consci della nostra finitezza: «tu dialoga con lo stupore/ che non conserva tracce» (p. 17). Nella ricerca ostinata di condivisione, attraverso una parola immanente, risiede la forza etica e utopica del libro.

L.M., recensione a F. Marotta, Per soglie d'increato, in "La Mosca di Milano" n. 20 maggio 2009, pp. 124-5.

Postato da: vocativo a 22:05 | link | commenti |
letture, di versi, de scrivere

martedì, 23 giugno 2009
Marina Pizzi - L’acciuga della sera i fuochi della tara

È con colpevole ritardo che scrivo di un libro di poesia che come pochi altri sa coniugare effervescenza linguistica e grande concretezza. L’acciuga della sera i fuochi della tara indaga quel punto in cui la parola poetica diverge e strappa, si fa furiosa, protesta fino a riversare nel reale le sue tensioni (o meglio sarebbe dire che il reale trasferisce le sue tensioni nella lingua): sbaraglia l’ordinario in direzione di un certo surrealismo che direi materico, magmatico. La parola non astrae, ma divide nel momento in cui nomina, solca il reale, cerca la formula precisa. La poesia di Marina Pizzi è riconoscibile tra mille voci poetiche e questo è segno di un’identità forte: il rincorrersi incessante di sequenze sonore non cerca l’ipnosi, ma il risveglio a suon di ceffoni, l’escursione lessicale si erge contro l’utilitarismo della lingua, la sua stagnazione, metafora forse di una protesta in qualche modo sociale. Lo scardinamento della lingua diventa allora allegoria dell’assalto al reale, a ennesima conferma che la poesia è un atto politico fin dal suo fondarsi, indipendentemente dalle tematiche che affronta.

Nessuno sdilinquimento, ma nemmeno nessuna volontà di sorprendere a tutti i costi. Il verso è necessario quanto ciò che veicola e viceversa. Tutta una rincorsa alla ricerca di un “senso non ovvio”. E non è poco.

7.
Nel tempo che declina e sa di stoppie
anche la pietà è un far cattivo
voluto dal potere di poter comando
almeno sul momento.
A tutta spada si vedrà la ruota
oliata dai lacchè di ogni turno.
12.
Valichi il vano della porta
con il ritornello dell’ora
con le cene a libercolo
sempre più perfide
demolizioni a pugno d’ergastolo.
Il dizionario elettronico sempre inserito
ti dia il rito dell’ultima vedetta
alla faccia di ogni biblioteca
scaduta nell’ufficio.
In meno di un rigagnolo di millennio
il lato peggiore del cipresso
pazienza mansueta origine.
13.
Ha un sudario che sembra un coriandolo
tanto è ridicolo di attesa
così tanto non c’è niente da fare
né da borseggiare ad altri.
Festivo nella smorfia, lugubre del certo
involucro a corto di sostanza all’eleganza.
E’ la grazia del passo senza sorveglianza
che oltre vada se finalmente
la filosofia della mente allo spicciolo
del mentire.
La foggia della fortuna all’arsenale
di esemplari mutili nel cigolio
della cenere sfacciata, colma di amanti.
15.
La rupe poliziesca del gran sangue
ha vinto e vincerà comunque questo
natale di trincea e senza senso
soldato in pompa magna per la visita
al figlioletto ancora appena nato
nel lutto che congeda il vassoio d’alba
le unghie della neve di velo in velo.
Mozzata la cometa stroncata l’elemosina
il viso in mano per guardarlo.
36.
L’acciuga della sera, i fuochi della tara
il calendario da sopportare
chiodo senza capocchia
così dolo apice di zucca
dispensa d’inciso zero
dopo gli autismi di parentesi di acciaio.
47.
E' tornato il metronotte in barba alla nottata
E’ tornato il minatore in barba all’abissale
 
E’ tornata nei sandali procaci
di privilegi la signora dell’alta borghesia
 
Nel ghetto delle rondini vilipese
l’ingresso delle truppe mio padre appeso
al cornicione del furto di scampato.
 
Attonito il nitore di non averne
tra lo sciacquio di un nesso
e la perdita di significato.
66.
L’anima per sempre ma
un’altra.
Tra le truppe dell’asma e la mansueta
soubrette senza ombra.
E’ morta nel sangue la brina
riarsa. Alla lezione magistrale gli appunti
espungono paludi e falle,
furono cedui.
Di te vissi le aureole del lecito
le collere del liso
il cinto cipresso finale.

Postato da: vocativo a 16:45 | link | commenti |
di versi, de scrivere

Splendido Tim Buckley!

Versione voce e chitarra di Song to the Siren. Meraviglia!

Postato da: vocativo a 14:13 | link | commenti (1) |
di musica

lunedì, 22 giugno 2009
Alejandra Pizarnik

Sulla Dimora del tempo sospeso Caminos del espejo di Alejandra Pizarnik nella traduzione di Stephanie Golisch. Invito tutti a leggerlo.

Intanto propongo qui nella versione di Claudio Cinti (per i tipi Crocetti, 2004) qualche altro verso della poetessa argentina:

Da Albero di Diana
 
6
 
lei si spoglia nel paradiso
della sua memoria
lei ignora il destino feroce
delle sue visioni
lei ha paura di non saper nominare
ciò che non esiste
 
***
 
Da Le opere e le notti
 
Presenza
 
la tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre
 
***
 
Le opere e le notti
 
per riconoscere nella sete il mio emblema
per significare l'unico sogno
per non aggrapparmi mai di nuovo all'amore
 
sono stata tutta un'offerta
un puro errare
di lupa nel bosco
nella notte dei corpi
 
per dire la parola innocente
 
***
 
Mendica voce
 
E ancora mi azzardo ad amare
il suono della luce in un'ora morta,
il colore del tempo in un muro abbandonato.
 
Nel mio sguardo ho perduto tutto.
Chiedere è così lontano. Così vicino sapere che non c'è.
 

Postato da: vocativo a 17:35 | link | commenti |
di versi, info, di blog

lunedì, 15 giugno 2009
Da Luciano Bianciardi, La vita agra

"Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell'evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all'attivismo vacuo.
Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all'infinito. [...]
Ma io so che la noia finirebbe nell'attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie. [...]
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna. [...]
Lo so, finirebbe la civiltà mdoerna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l'unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l'insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l'auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmeno giocare al biliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l'uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramammellare, subascellare, praticare l'irrumazione e la fellazione, la podicazione, il cunnilinguo e il symplegma trium copulatorum. [...]
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità del sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene.
Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società: fittacamere, portinaie, camierieri di albergo, segretarie di redazione, colleghi di ufficio, vigili urbani, questurini, preti, sociologi, radicali, comunisti, levatrici, banche, fornitori, enti nazionali, tutti li avrà contro."
(pp. 64-7)

Postato da: vocativo a 23:30 | link | commenti (1) |
de scrivere

sabato, 13 giugno 2009
Demetrio Stratos

Esattamente 30 anni fa si consumava in una clinica newyorchese la breve esistenza di Demetrio Stratos. Aveva 34 anni. Stratos, di cui già altre volte si è parlato in questo blog, è stato uno dei massimi interpreti vocali della storia della musica rock e sperimentale. Al di là dell'impareggiabile dote che lo contraddistingueva (davvero al di là delle umane possibilità gli herz che riusciva a raggiungere la sua voce, tacendo delle sue capacità di riprodurre fino a quadrifonie), fu a tal punto egli stesso la cavia delle sue ricerche che condusse studi con il CNR, approfondì le modalità canore di tradizioni diverse da quelle occidentali (la naturale condizione multiculturale di Stratos, nato ad Alessandria d'Egitto da genitori greci e trasferitosi prima a Cipro e poi in Italia, l'ha aiutato senz'altro in tal senso), come quelle arabe e dell'Estremo Oriente per fonderle nel suo strumento, la sua voce. In effetti la musica di Stratos (e quella degli Area) è stata una musica "diversa", simile a nessun'altra, frutto di una passione infinita per la sperimentazione e di una fede nelle possibilità e acquisizione delle conoscenze dell'uomo. Nessuno in quegli anni si era spinto così a fondo nella ricerca vocale e aveva raggiunto tali risultati nell'esecuzione, ma quello che per un uomo comune era una dote straordinaria per Stratos rappresentava unicamente un grande affinamento della tecnica, dunque qualcosa a portata di tutti. Probabilmente a fargli credere così erano anche le sue idee sociali: i suoi risultati non potevano ridursi a una personale e privata acquisizione, ma dovevano essere alla portata di tutti. Sono note le sue posizioni politiche che lo conducevano a un impegno che non poteva non passare per la stessa sperimentazione musicale.

Qui di seguito qualche esempio della sua arte, della sua ricerca e delle sue idee politiche che emergevano dalla sua musica:

 

 

 

 

Per approfondimenti si possono leggere:

Postato da: vocativo a 23:56 | link | commenti (3) |
di vita, di musica, di politica

mercoledì, 03 giugno 2009
Friedrich DĂĽrrenmatt, La morte della Pizia, Adelphi, 1988, 68 pp.

Pannychis XI è una Pizia ormai vecchia che vaticina a casaccio, sollecitata più dall’umore incostante che dall’arte divinatoria. Suo rivale è Tiresia, anziano anch’egli, finto cieco che con calcolo e premeditazione vende le proprie profezie a ricchi sovrani. Delfi, luogo in cui si consuma la loro vicenda umana, non è l’ombelico del mondo, bensì una piazza d’affari dove si specula sull’insipienza degli uomini.

La Grecia narrata da Dürrenmatt è borghese, cinica, affaristica, degradata. L’autore, restando fedele al suo gusto dissacratorio, inficia il mito classico iniettandovi una cospicua dose di grottesco ed elevando l’inganno a principio supremo delle relazioni umane.

Tuttavia lo scrittore svizzero non si limita a una critica del contingente, come chiarisce il finale del racconto. In punto di morte la Pizia rivede Tiresia: è l’occasione di un ultimo confronto tra diversi modi di intendere la vita (uno istintivo e umorale, l’altro freddo e razionale), un ultimo consuntivo dei loro vaticini, insensati e inverosimili, ma che invece realizzandosi hanno sortito effetti nefasti sull’intera comunità, come dimostra quello riguardante Edipo. I fantasmi che, in una fatale trance, appaiono a Pannychis, offrono contrastanti interpretazioni del celebre mito, ricostruendone gli accadimenti in modo sempre diverso e dislocando la verità di continuo: Dürrenmatt può così interrogarsi sull’inafferrabilità del vero, sulla frammentarietà della nostra conoscenza, sulla prospettiva monca dell’uomo e sull’enigmatico ruolo della casualità nelle nostre esistenze. La predizione è un tentativo di porre argine all’informità del caos: “entrambi [gli indovini] hanno sperato di portare la timida parvenza di un ordine, il tenue presagio di una qualche legittimità nel truce, lussurioso e spesso sanguinoso flusso di eventi”, invece hanno contribuito unicamente all’accrescimento dell’entropia nei già intricati rapporti tra gli uomini. Come amaramente conclude Tiresia, “la verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta”.

Postato da: vocativo a 00:23 | link | commenti (1) |
letture

giovedì, 28 maggio 2009
Profanazioni

“Potremo dire, allora, che il capitalismo, spingendo all'estremo una tendenza già presente nel Cristianesimo, generalizza e assolutizza in ogni ambito la struttura della separazione che definisce la religione. Dove il sacrificio segnava il passaggio dal profano al sacro e dal sacro al profano, sta ora un unico, multiforme, incessante processo di separazione, che investe ogni cosa, ogni luogo, ogni attività umana per dividerla da se stessa ed è del tutto indifferente alla cesura sacro/profano, divino/umano. Nella sua forma estrema, la religione capitalistica realizza la pura forma della separazione, senza più nulla da separare. Una profanazione assoluta e senza residui coincide ora con una consacrazione altrettanto vacua e integrale. E come, nella merce, la separazione inerisce alla forma stessa dell'oggetto, che si scinde in valore d'uso e valore di scambio e si trasforma in un feticcio inafferrabile, così ora tutto ciò che viene agito, prodotto e vissuto - anche il corpo umano, anche la sessualità, anche il linguaggio - vengono divisi da se stessi e dislocati in una sfera separata che non definisce più alcuna divisione sostanziale e in cui ogni uso diventa durevolmente impossibile. Questa sfera è il consumo. Se, com'è stato suggerito, chiamiamo spettacolo la fase estrema del capitalismo che stiamo vivendo, in cui ogni cosa è esibita nella sua separazione da sé, allora spettacolo e consumo sono le due facce di un'unica impossibilità di usare. Ciò che non può essere usato viene, come tale, consegnato al consumo o all'esibizione spettacolare. Ma ciò significa che profanare è divenuto impossibile (o, almeno, esige delle procedure speciali). Se profanare significa restituire all'uso comune ciò che era stato separato nella sfera del sacro, la religione capitalista nella sua fase estrema mira alla creazione di un assolutamente Improfanabile."

G. Agamben, Elogio della profanazione, in Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2005, pp. 93-4.

Postato da: vocativo a 00:48 | link | commenti (1) |
di musica, di filosofia, di economia

sabato, 23 maggio 2009
23-5-92

"Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi"

Giovanni Falcone dopo l'attentato dell'Addaura (20-6-89)

Postato da: vocativo a 21:03 | link | commenti (1) |
di storia, di attualitĂ , di segreti di stato

mercoledì, 20 maggio 2009
Ecloga IX

a-      […]

Verranno i bimbi, ma nessuna parola

troveranno, nessun segno del vero.

Mentiremo. Mentirà il mondo in noi,

anche in te, pura. Forse

per te di tenui note

si costelleranno odorati quaderni;

a domande, a pastelli, a scritture

vergini, verginalmente

darai forza. Necessità e finzione:

ché nulla, nulla dal profondo autunno,

dall’alto cielo verrà, nessun maestro […]

 

b-     […]

è come se

            in questo andare che non ha ancora

senso, ma già rifiuta la paura

rifiuta il silenzio – ah individuata

e subito confusa legge, bruto

plasma, densissima lingua –

io sia colui che “io”

“io” dire, almeno, può, nel vuoto,

può, nell’immenso scotoma,

“io”, più che la pietra, la foglia, il cielo, “io”:

e, in questo, essere indizio, dono,

dono tuo, agli altri donato.

Primo elemento di una

proposizione, morula

imprecisa, persa ancora

in bui uteri, promessa.

Primo elemento, stacco

d’invischiato volo, soffio

sugli occhi – anche dei bimbi – rischio

di chi fu piaga e piaga

è ancora, ma più

scopre nel suo tremare

l’ostinazione, la brace,

l’ala di mosca superstite; e guarda,

tondo, torpido scrigno di sguardi,

anche se ancora non sa

né amore né insegnamento.

 

 

A. Zanzotto,  IX Ecloghe, Mondadori, 1962.

 

Postato da: vocativo a 00:09 | link | commenti |
di versi, andrea zanzotto

martedì, 19 maggio 2009
Il salone del libro di Torino

Le grandi fiere sono lo specchio dei nostri tempi: frenetiche, sovraccaricate di incontri, eventi, presentazioni, stand mirabolanti, volontà di stupire e dio solo sa quali altre diavolerie.

La fiera è una vetrina con nessun’altra utilità se non il rappresentare se stessa. Il suo ruolo è unicamente performativo. Non c’è altro. Chi vi partecipa ci va malvolentieri (a meno che non abbia intenzione di divertirsi per un qualche altro motivo), con quella fastidiosissima rassegnazione: “ci vanno tutti, bisogna esserci”. La presenza, il networking, la cura delle relazioni sono oggi talmente separate dal fine di sortire qualche utilità umana o lavorativa, che si autoproducono all’infinito per il solo gusto di perpetuare la propria manifestazione.

L’autore che rincorre l’editore, l’editore che si trincera in spazi invalicabili, stile zone rosse, off limits, che cerca di stringere relazioni con tizio o con caio perché può sempre servire. L’editore che è meglio mandare un altro al mio posto, l’editore che finge di riservare uno spazio ai manoscritti, un altro ai cv e poi sarà tutta carta di cui liberarsi in fretta (mica la vogliamo portare con noi alla sede?). L’editore che inventa progetti improbabili solo per incuriosire i meno scaltri e per sottrarre qualche soldo magari a un ente pubblico. L’editore che non è presente col suo stand ma poi rosica a casa quando vede gli inutili servizi televisivi.

La fiera è così. Torino non fa eccezione.

L’unica nota positiva è che finalmente ho conosciuto Mauro Daltin (co-direttore insieme a Paolo Fichera della purtroppo ferma “Pagina Zero”), dopo che sia io che lui da circa due anni sentivamo parlare dell’altro, tramite amici comuni. Per questo ringrazio Paolo e Manuela.

Era nello stand di Ediciclo, la casa editrice per cui lavora, interamente dedicata alla bici e al ciclismo. Tra le altre cose hanno pubblicato I riciclisti (con annesso cd), di Andrea Satta dei Tetes de Bois, band che non bisognerebbe mai smettere di apprezzare. Per chi volesse sapere cosa è successo sul passo dello Stelvio nel Giro d’Italia del ’75: quando i gregari per una qualche divina, fortuita circostanza assurgono al ruolo di capitani. Chiedere di Bertoglio e Galdos. E poi tanto altro ancora.

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sabato, 09 maggio 2009
Silvio Berlusconi ha paura?

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martedì, 05 maggio 2009
Raoul Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni

L’etica fondata sul valore mercantile, il lavoro come supremo compimento di un’esistenza svuotata di passioni, il narcotico rituale dell’acquisto e del possesso di beni come compensazione alla routine produttiva, la logica del progresso e del benessere, artefici di indolenti dipendenze: è l’inquietante scenario della società occidentale, che esprime la propria volontà di potenza attraverso la corsa spasmodica ai consumi e si legittima tramite la spettacolarizzazione del potere. Questa è la rovente materia trattata dal libro di Raoul Vaneigem. L’autore belga terminò la stesura dell’opera nel ’67, un anno prima di quel Maggio francese che provò a scuotere le fondamenta di istituzioni precocemente incanutite, tuttavia non v’è traccia di obsolescenza nelle sue analisi e nell’afflato utopico che le sottende. Insieme ad altri fondamentali scritti germogliati nello stesso humus culturale, come L’uomo a una dimensione di Marcuse e La società dello spettacolo di Debord, il Trattato del saper vivere non si limita a un’interpretazione storica e sociologica di quei temi, ma si pone come libro-manifesto di un’epoca e di uno spirito vivificati dal rifiuto del potere gerarchico-capitalistico. Sintesi delle teorie anarco-libertarie, il saggio è un’epitome dell’intero pensiero situazionista, supportato da una ferma volontà propositiva, con l’obiettivo di smuovere non solo il giudizio critico del lettore, ma anche la sua creatività, forza primigenia che si lega a una profonda urgenza di emancipazione: l’invito a una presa di coscienza che sfoci nella prassi è l’intento principale del Trattato. L’umiliazione, la sofferenza, l’isolamento dell’uomo sono il risultato della «necessità di produrre [che] è sempre stata antagonista del desiderio di creare»: solo la spontaneità, scintilla di liberazione soggettiva e collettiva, può sovvertire il destino di «una società designata a perdersi» (Pasolini).

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