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Nome: L. M.
fosfeni@hotmail.com
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Ma una società di religiosi, ad esempio un'assemblea di chiesa o una “venerabile classe” (come viene definita dagli olandesi), avrebbe forse il diritto di obbligare se stessa tramite giuramento a un certo simbolo religioso immutabile, per esercitare in tal modo sopra ciascuno dei suoi membri, e attraverso questi sul popolo, una tutela continua, e addirittura per rendere questa tutela eterna? Io dico: questo è assolutamente impossibile. Un tale contratto, che sarebbe stato concluso al fine di tenere l'umanità per sempre lontana da ogni ulteriore rischiaramento, è assolutamente nullo; e dovrebbe esserlo anche se a sancirlo fossero stati il potere sovrano [oberste Gewalt], le Diete imperiali e i più solenni trattati di pace. Un'epoca non può impegnarsi e così adoperarsi nel porre la successiva in una condizione che la metta nell'impossibilità di estendere le sue conoscenze (soprattutto quelle tanto indispensabili), di emendarsi dagli errori e, in generale, di progredire nel rischiaramento. Questo sarebbe un crimine contro la natura umana, la cui originaria destinazione consiste proprio in questo progredire; e quindi le generazioni successive sono perfettamente legittimate a respingere tali deliberazioni come illecite e delittuose. La pietra di paragone [A 489] di tutto ciò che può imporsi a un popolo come legge, sta in questa domanda: se un popolo potrebbe imporre a se stesso una tale legge. Ora, ciò sarebbe certo possibile, per così dire in attesa di una legge migliore e per un breve tempo determinato, al fine di introdurre un certo ordine; purché nel frattempo si lasci libero ogni cittadino, soprattutto l'uomo di chiesa, di fare, nella sua qualità di studioso, osservazioni pubbliche, cioè tramite scritti, sui difetti dell'istituzione vigente, mentre permanga l'ordine costituito, finché non si sia pubblicamente affermata e dimostrata valida una prospettiva in merito a tali cose che, con l'unione dei voti dei cittadini (anche se non di tutti), sia in grado di presentare al sovrano una proposta conforme alle loro idee che abbia trovate d'accordo quelle comunità in favore di un mutamento in meglio della costituzione religiosa, e senza pregiudizio per quelle comunità che invece scegliessero di restare fedeli alla tradizione. Ma riunirsi, fosse anche soltanto per la durata della vita di un uomo, sotto una costituzione religiosa immutabile che nessuno possa pubblicamente porre in dubbio, e con ciò annullare per così dire una fase cronologica del cammino dell'umanità verso il suo miglioramento e rendere questa fase sterile e per ciò stesso forse addirittura dannosa alla posterità, questo è assolutamente proibito. Certamente un uomo può rimandare il rischiaramento proprio [A 490], e anche in tal caso solo per un certo tempo, riguardo a ciò che è tenuto a sapere; ma rinunciarvi per sé e più ancora per i posteri, significa violare e calpestare i sacri diritti dell'umanità. Ora, quello che neppure un popolo può decidere circa se stesso, lo può ancora meno un monarca circa il popolo; infatti il suo prestigio legislativo si fonda precisamente sul fatto che riunisce nella sua la volontà generale del popolo. Purché egli badi che ogni vero o presunto miglioramento non contrasti con l'ordine civile, egli non può per il resto che lasciare liberi i suoi sudditi di fare quel che trovano necessario per la salvezza della loro anima. Ciò non lo riguarda affatto, mentre quel che lo riguarda è di impedire che l'uno ostacoli con la violenza l'altro nell'attività che costui, con tutti i mezzi che sono in suo potere, esercita in vista dei propri fini e per soddisfare le proprie esigenze. Il monarca reca detrimento alla sua stessa maestà se si immischia in queste cose ritenendo che gli scritti nei quali i suoi sudditi mettono in chiaro le loro idee siano passibili di controllo da parte del governo: sia ch'egli faccia ciò invocando il proprio intervento autocratico ed esponendosi al rimprovero: Caesar non est supra grammaticos Se dunque ora si domanda: «viviamo noi attualmente in un'età rischiarata?» Allora la risposta é: «no, bensì in un'età di rischiaramento». Che gli uomini presi assieme siano, per come stanno le cose, già in grado, o che possano anche solo essere posti in grado di valersi con sicurezza e bene della propria intelligenza in cose di religione, senza l'altrui guida, è una condizione da cui siamo ancora molto lontani. Ma che ad essi, adesso, sia comunque aperto il campo per lavorare ed emanciparsi verso tale stato, e che gli ostacoli alla diffusione del generale rischiaramento o all'uscita dalla minorità a loro stessi imputabile diminuiscano gradualmente, di ciò noi abbiamo invece segni evidenti. Riguardo a ciò, questa è l'età dell'illuminismo o il secolo di Federico. Un principe che non trova indegno di sé dire che egli ritiene suo dovere non prescrivere niente agli uomini in cose di religione, bensì lasciare loro in ciò piena libertà, e che inoltre allontana da sé anche l'appellativo altezzoso della tolleranza, è illuminato egli stesso e si guadagna la gratitudine del mondo e dei posteri in quanto è lodato come colui che per primo emancipò il genere umano dalla minorità, perlomeno per quanto riguarda il governo, e ha lasciato ciascuno libero di servirsi della propria ragione [A 492], in tutto ciò che è affare di coscienza. Sotto di lui venerabili ecclesiastici, senza recar pregiudizio al loro dovere d'ufficio, propongono liberamente e pubblicamente all'esame del mondo, in qualità di studiosi, i loro giudizi e le loro vedute che qua o là si discostano dal simbolo tradizionale; e tanto più può farlo chiunque non è limitato da un dovere d'ufficio. Un tale spirito di libertà si espande anche verso l'esterno, perfino là dove esso deve scontrarsi contro barriere esteriori provocate da un governo che fraintende se stesso. Il governo infatti ha comunque davanti agli occhi un fulgido esempio che mostra che la pace pubblica e la concordia della cosa comune non hanno nulla da temere dalla libertà. Gli uomini lavorano da sé per uscire a poco a poco dalla rozzezza, se non ci si adopera intenzionalmente per trattenerveli. Ho posto il punto fondamentale del rischiaramento, cioè dall'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso, specialmente nelle cose di religione: riguardo alle arti e alle scienze [Künste und Wissenschaftlische], infatti, i nostri signori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi. Inoltre la minorità in cose di religione, fra tutte le forme di minorità, è la più dannosa ed anche la più umiliante. Ma il modo di pensare di un capo di stato che favorisca quel tipo di rischiaramento va ancora oltre, poiché egli comprende che perfino nei riguardi della [A 493] legislazione da lui statuita non si corre pericolo a permettere ai sudditi da fare uso pubblico della loro ragione e di esporre pubblicamente al mondo le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione stessa, perfino criticando apertamente quella esistente. Su questo abbiamo un fulgido esempio, e anche in ciò nessun monarca ha superato colui cui rendiamo onore. Ma solo chi, illuminato egli stesso, non teme le ombre e dispone, al contempo, di un esercito numeroso e ben disciplinato a garanzia della pubblica pace, può affermare quello che invece una repubblica non può arrischiarsi a dire: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite! Così si mostra uno strano e inatteso andamento delle cose umane; come del resto anche in altri casi, a considerare questo andamento in grande, quasi tutto in esso sembra paradossale. Un maggiore grado di libertà civile sembra vantaggiosa per la libertà dello spirito del popolo, e tuttavia pone ad essa barriere invalicabili; un grado minore di libertà civile, al contrario, offre allo spirito lo spazio per svilupparsi secondo tutte le sue capacità. Quando dunque la natura abbia sviluppato sotto questo duro involucro il seme di cui essa si prende la più tenera cura, e cioè la tendenza e vocazione al libero pensiero: allora questo agisce a sua volta gradualmente sul modo di sentire del popolo (attraverso la qual cosa questo diventerà più e più capace della libertà di agire [A 494]), e alla fine addirittura sui princìpi del governo, il quale trova vantaggioso per sé trattare l'uomo, che ormai è più che una macchina, in conformità alla sua dignità 9 . [1] I. Kant, Beantwortung der Frage: Was is Aufklaerung? in "Berlinische Monatsschrift", I-V, 1784, pp. 481-94. [2] Il rimando alle pagine della Berlinischen Monatsschrift si riferisce alla seguente osservazione nel saggio Ist es ratsam, das Ehebündnis ferner durch Religion zu sanzieren? [E' opportuno non sancire più il vincolo matrimoniale con la religione?] del predicatore Zöllner: «Che cosa è l'illuminismo? Questa domanda, che è importante quasi quanto quella: che cosa è la verità?, dovrebbe ricevere una risposta completa, prima che si cominci a rischiarare! E invece non le ho trovato risposta da nessuna parte!» [3] Il termine Verstand nella Critica della ragion pura ha il senso, tecnico, di intelletto; la traduzione di Verstand con intelligenza risulta tuttavia più efficace; perciò, la traduttrice ha optato nel testo per la seconda traduzione, visto anche che in questo contesto Kant non fa riferimento all'intelletto e alle categorie, in senso tecnico. NdT [4] E' una citazione della lettera a Lollio Massimo di Orazio (Epistolae, I, 2, 40): “nam cur / quae laedunt oculos festinas demere, si quid/ est animum, differs curandi tempus in annum?/ dimidium facti qui coepit habet: sapere aude:/ incipe.” (Perché, se qualcosa ti dà noia / all'occhio, sei sollecito a rimuoverla/ e d'anno in anno rimandi la cura/ del male interno che ti rode l'animo? Cominciare significa aver fatto/ metà dell'opera; osa conoscere; comincia”, trad. it. di E. Cetrangolo, Sansoni 1968, con alcune correzioni). NdT [5] Letteralmente uomo (Mensch). La traduzione italiana uomo non comprende tuttavia uomini e donne, come invece Mensch. Perciò si preferisce la traduzione essere umano. NdT [6] Le dande sono le due strisce usate per sorreggere i bambini che cominciano a camminare. NdT [7] Sul significato del termine, si veda M.C. Pievatolo, Tradurre Kant liberamente, http://bfp.sp.unipi.it/~pievatolo/lm/scandalo.html. NdT [8] Questa frase fu pronunciata dal vescovo Placentius, che aveva corretto Sigismondo del Lussemburgo per un errore di latino e si era sentito rispondere: «Ego sum rex Romanus et supra gramaticam». Una frase simile «Caesar non super grammaticos» è inoltre attribuita a Marco Pomponio Marcello nei confronti di Tiberio. NdT [9] Nelle “Notizie settimanali di Büsching” dello scorso 13 settembre leggo oggi, il 30 dello stesso, la segnalazione della “Berlinische Monatsschrift” di questo mese, in cui viene presentata la risposta del signor Mendelssohn alla medesima domanda. Non l'ho ancora avuta tra le mani; altrimenti avrebbe trattenuto la presente, che ora sta lì solo come prova di quanto il caso possa portare ad avere l'identica idea. 
Immanuel Kant, [A 481] Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo? IIa parte (trad. Francesca Di Donato).
L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria intelligenza 3 senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! 4 Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell'illuminismo.
Pigrizia e viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall'altrui guida [A 482] (naturaliter maiorennes), rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' così comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da me. Non ho bisogno di pensare, se sono in grado di pagare: altri si assumeranno questa fastidiosa occupazione al mio posto. A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e fra questi tutto il gentil sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, si preoccupano già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l'alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo descrivono ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, a prezzo di qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo provoca comunque spavento e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo.
E' dunque difficile per il singolo uomo tirarsi fuori dalla mi[A 483]norità, che per lui è diventata come una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e di fatto è realmente incapace di servirsi della propria intelligenza, non essendogli mai stato consentito di metterla alla prova. Precetti e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o piuttosto di un abuso, delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una permanente minorità. Se pure qualcuno riuscisse a liberarsi, non farebbe che un salto malsicuro anche sopra il fossato più stretto, non essendo allenato a camminare in libertà. Quindi solo pochi sono riusciti, lavorando sul proprio spirito a districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro.
Che invece un pubblico [Publikum] si rischiari da se, è cosa più possibile; e anzi, se gli si lascia la libertà, è quasi inevitabile. Poiché, perfino fra i tutori ufficiali della grande massa, ci sarà sempre qualche libero pensatore che, liberatosi dal giogo della minorità, diffonderà lo spirito di una stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni essere umano 5 a pensare da sé. E il particolare sta in ciò: che il pubblico, il quale in un primo tempo è stato posto da costoro sotto quel giogo, li obbliga poi esso stesso a [A 484]rimanervi quando sia a ciò istigato da quei suoi tutori incapaci a loro volta di un compiuto rischiaramento; perciò, seminare pregiudizi è tanto nocivo: perché essi si ritorcono contro chi vi crede e chi vi ha creduto. Per questa ragione, un pubblico può giungere al rischiaramento solo lentamente. Forse attraverso una rivoluzione potrà determinarsi l'affrancamento da un dispotismo personale e da un'oppressione assetata di guadagno o di potere, ma non avverrà mai una vera riforma del modo di pensare. Al contrario: nuovi pregiudizi serviranno, al pari dei vecchi, da dande 6 per la grande folla di coloro che non pensano.
A questo rischiaramento, invece, non occorre altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma sento gridare da ogni lato: non ragionate! L'ufficiale dice: non ragionate, fate esercitazioni militari! L'intendente di finanza: non ragionate, pagate! L'ecclesiastico: non ragionate, credete! (Un unico signore al mondo dice: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite!) Qui c'è restrizione alla libertà dappertutto. Ma quale restrizione è d'ostacolo all'illuminismo, e quale invece non lo è, piuttosto lo favorisce? Io rispondo: il pubblico uso della propria ragione deve essere libero in ogni tempo, ed esso solo può [A 485]realizzare il rischiaramento tra gli uomini; al contrario, l'uso privato della ragione può essere spesso limitato in modo stretto, senza che il progresso del rischiaramento venga da questo particolarmente ostacolato. Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa, in quanto studioso [als Gelehrter], davanti all'intero pubblico dei lettori [dem ganzen Publikum der Leserwelt]. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito esercitare in un certo ufficio o funzione civile a lui affidato. Ora, in alcune attività che riguardano l'interesse della cosa comune [gemeinen Wesen] è necessario un meccanismo tale per cui alcuni membri di essa devono comportarsi in modo puramente passivo, così che il governo, tramite un'armonia artefatta, diriga costoro verso pubblici scopi, o almeno li induca a non contrastare tali scopi. Qui non è certamente consentito ragionare; al contrario, si deve obbedire. Ma nella misura in cui queste parti della macchina si considerano, allo stesso tempo, membri dell'intera cosa comune, e anzi persino della società cosmopolitica, e assolvono quindi la funzione dello studioso nel senso proprio della parola il quale, attraverso i suoi scritti, si rivolge a un pubblico, essi possono certamente ragionare, senza perciò danneggiare le attività che svolgono in quanto membri passivi. Così sarebbe assai dannoso che un ufficiale in servizio [A 486], il quale avesse ricevuto un ordine dal suo superiore, volesse ragionare in pubblico sulla opportunità di tale ordine, o sulla sua utilità: egli deve obbedire. Ma non si può di diritto impedirgli, in qualità di studioso, di fare le sue osservazioni sugli errori del servizio militare e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare le tasse che gli sono imposte; e, anzi, una critica inopportuna di tali imposizioni quando devono essere da lui assolte, può venir punito come uno scandalo 7 (poiché potrebbe indurre a ribellioni generali). Tuttavia, egli non agisce contro il suo dovere di cittadino se, come studioso, manifesta pubblicamente il suo pensiero sull'inadeguatezza e persino sull'ingiustizia di simili imposizioni. Così, un ecclesiastico è tenuto a insegnare il catechismo agli allievi e alla sua comunità in modo conforme al simbolo [Symbol] della chiesa che egli serve, essendo stato assunto per questo: ma come studioso egli ha piena libertà e anzi il compito di condividere con il pubblico tutti i pensieri che un esame attento e proposto con buone intenzioni gli ha suggerito sui difetti di quel simbolo, incluse le sue proposte di riforma in cose di religione e di chiesa. Qui non c'è nulla sulla cui base incolpare la coscienza. Infatti, ciò che costui insegna nel suo lavoro, in qualità di funzionario della chiesa, egli lo presenta come qualcosa intorno [A 487] a cui non ha libertà di insegnare secondo le sue proprie idee, ma secondo le disposizioni e nel nome di un altro. Egli dirà: «la nostra chiesa insegna questo e quest'altro, e queste sono le prove di cui essa si serve». Dunque, egli ricava tutta l'utilità pratica che alla sua comunità religiosa può derivare da affermazioni che egli stesso non sottoscriverebbe con piena convinzione, ma al cui insegnamento può comunque impegnarsi perché non è affatto impossibile che in essi non si celi qualche velata verità, e in ogni caso, almeno, non si riscontra in essi nulla che contraddica alla religione interiore. Se invece credesse di trovarvi qualcosa che vi contraddica, egli non potrebbe esercitare la sua funzione con coscienza; dovrebbe dimettersi. L'uso che un insegnante fa della propria ragione nel proprio lavoro, davanti alla sua comunità di fedeli è dunque solo un uso privato; e ciò perché quella comunità, per quanto grande sia, è sempre soltanto una assemblea domestica; e a questo riguardo egli, in qualità di sacerdote, non è libero e non può neppure esserlo, poiché esegue un incarico altrui. Invece, in qualità di studioso che parla attraverso scritti al pubblico propriamente detto, vale a dire al mondo, dunque in qualità di ecclesiastico nell'uso pubblico della propria ragione, egli gode di una libertà illimitata di valersi della propria ragione e di parlare in prima persona. Che i tutori del popolo [A 488](nelle cose religiose) debbano a loro volta rimanere minori a vita, è un'assurdità che tende a perpetuare nuove assurdità.
Riprendo parte di un appello che mi sembra non di poco conto, visto che ne va di mezzo la vita delle persone e invito anche altri a diffondere e a firmare, ma soprattutto sollecito a scrivere al rettore dell'università di Urbino, al direttore del dipartimento di Scienze e al direttore amministrativo (l.m.).
Sostegno alla ricerca sulle nanoparticelle dei dottori Gatti e Montanari.
Trascrivo una breve premessa reperibile su: http://www.petitiononline.com/19540408/petition.html
"Il 13 marzo 2006 parte una sottoscrizione per raccogliere fondi da impiegare per l'acquisto di un microscopio elettronico da destinare “alla ricerca dei dottori
Si decide di fare raccogliere i fondi ed effettuare l'acquisto alla Associazione
Attenzione!!! La ONLUS fa l'acquisto, i donatori offrono fondi per "la ricerca di
http://www.beppegrillo.it/2006/03/la_ricerca_imba/index.html"
Ora mi viene riferito che la ONLUS citata, intende donare il microscopio all'Università di Urbino stravolgendo in toto le motivazioni, che hanno spinto i sostenitori della ricerca a finanziare l'iniziativa.
Non sono l’unico a pensare che il microscopio debba stare dove si trova ora, cioè nel laboratorio di Nanodiagnostics, per permettere a
L'APPELLO E' RIVOLTO A TUTTI, SE POTETE INOLTRATE IL MESSAGGIO A:
Prof. Stefano Pivato (rettore)
Rettorato • Palazzo Passionei - Paciotti
Via Valerio, 9
61029 Urbino PU
Prof. Stefano Papa (preside facoltà di Scienze)
Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo"
Facoltà di Scienze e Tecnologie
Campus Scientifico Sogesta
Località Crocicchia
61029 Urbino (PU)
Dott. Enzo Fragapane (direttore amministrativo)
Direzione Amministrativa Università Carlo Bo
Via Puccinotti, 25
61029 Urbino
Felice Giornata
Massimo D'Ambrosio
Per la farsa tragica di cui il nostro Paese si rende ancora una volta squallido protagonista, si veda anche: http://www.bortolanionlus.it/2007/04/02/parte-il-progetto-di-ricerca-sui-possibili-effetti-che-l%e2%80%99inquinamento-da-polveri-puo-avere-sui-bambini-gia-dallo-stato-fetale/
e si legga il seguente
CONTRATTO DI COMODATO PER RICERCA SCIENTIFICA
L’Associazione
che il Centro di Geobiologia dell’Università degli Studi di Urbino, diretto dal Prof.
Che il Centro di Geobiologia Partita Iva 00448830414 diretto dal Prof.
che l’Associazione
che proprio a seguito di tale campagna popolare l’Associazione
Che tale acquisto è finalizzato ad instaurare collaborazioni con enti di ricerca per lo studio delle Nanopatologie;
Al Centro di Geobiologia dell’Università degli Studi di Urbino nella persona del Direttore del Centro Prof.
Il Microscopio Elettronico a scansione Q200FEG e lo strumento accessorio di Microanalisi a Dispersione d’Energia EDS indispensabili per le ricerche sulle Nanopatologie
Il comodato viene regolato secondo le seguenti pattuizioni:
1) Il Microscopio Elettronico a scansione Q200FEG e lo strumento accessorio di Microanalisi a Dispersione d’Energia EDS vengono utilizzati per qualsiasi tipo di ricerca nel campo delle Nanopatologie e delle valutazioni ambientali;
2) Entro il 31 dicembre di ogni anno il Centro di Geobiologia si impegna a produrre i risultati sulle ricerche eseguite con la strumentazione in oggetto inerenti le Nanopatologie;
3) il Centro di Geobiologia si impegna a dare rilievo ai risultati scientifici ottenuti nelle sedi scientifiche ed istituzionali di sua competenza. Inoltre potrà utilizzare i risultati degli studi per la partecipazione e realizzazione di altre attività di ricerca;
4) L’attività di ricerca oggetto della collaborazione sarà svolta sotto la completa responsabilità della Dott.ssa Antonietta Gatti la quale determina gestione, tempi, modi, durata, luogo dei singoli progetti e ubicazione dell’apparecchiatura in oggetto;
5) Il Centro di Geobiologia si avvarrà, nell’attività di ricerca e di divulgazione, della collaborazione di propri ricercatori e tecnici quali, ad esempio,
6) Le attività oggetto del presente Comodato dovranno essere svolte secondo la programmazione scientifica e la tempistica definite di anno in anno.
7) Il Centro di Geobiologia s’impegna a sottoscrivere qualsiasi azione volta ad assicurare, preservare, mantenere ed implementare l’apparecchiatura in oggetto.
8) Al raggiungimento degli obiettivi previsti dall’attività, il responsabile scientifico nella persona della Dott.ssa Antonietta Gatti informerà tempestivamente l’Associazione
9) Le parti s’impegnano a garantire, per sé e per il proprio personale, la massima riservatezza riguardo le informazioni, i dati, i metodi di analisi, le ricerche, ecc., di cui esse vengano a conoscenza nell’ambito dello svolgimento delle attività di ricerca, a non divulgarle a terzi e ad utilizzarle esclusivamente per il raggiungimento delle finalità oggetto del presente Comodato, e ad astenersi da ogni azione che possa nuocere alla brevettabilità di detti risultati.
10) La durata del presente accordo decorre dalla data di sottoscrizione dello stesso che è a tempo indeterminato considerando la natura dell’accordo, ovvero il Contratto di Comodato d’uso. Il comodante potrà quindi in qualsiasi momento chiedere la restituzione dello strumento oggetto del Comodato con lettera raccomandata A/R e preavviso di 30 giorni.
11) Le parti concordano di definire amichevolmente qualsiasi controversia che possa nascere dal presente contratto. Ogni vertenza che sorgesse tra le parti relativamente alla validità, interpretazione od esecuzione del presente accordo, sarà risolta da un collegio arbitrale di 3 membri, uno nominato da ciascuna delle parti e il terzo di comune accordo tra gli altri due o, in difetto di accordo, dal Presidente del tribunale di Reggio Emilia. Sede dell’arbitrato sarà Reggio Emilia.
Letto, approvato e sottoscritto
Reggio Emilia,
Per Associazione Onlus
Per il Centro di Geobiologia dell’Università di Urbino Prof.
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credervi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
La canzone del maggio – inedit version
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto guardare in terra
se avete deciso in fretta
che non era la vostra guerra
voi non avete fermato il tempo
gli avete fatto perdere tempo .
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
voi siete stato lo strumento
per farci perdere un sacco di tempo.
Se avete lasciato fare
ai professionisti dei manganelli
per liberarvi di noi canaglie
di noi teppisti di noi ribelli
lasciandoci in buonafede
sanguinare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
se sono rimasti a posto
perfino i sassi nei vostri viali
se avete preso per buone
le "verità" dei vostri giornali
non vi è rimasto nessun argomento
per farci ancora perdere tempo.
Lo conosciamo bene
il vostro finto progresso
il vostro comandamento
"Ama il consumo come te stesso"
e se voi lo avete osservato
fino ad assolvere chi ci ha sparato
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
voi non potete fermare il tempo
gli fate solo perdere tempo.
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Più ancora che le commemorazioni della strage di Capaci sono quelle relative all’attentato di via d’Amelio a generare imbarazzi istituzionali e politici. In fondo non c’è da meravigliarsene. Le tracce lasciate dalla strage del 19 luglio ’92 sono più fitte, i misteri che dietro si porta ancora più oscuri, il ruolo dei servizi segreti e di apparati statali (o parastatali) ancora più imperscrutabili, la rapidità con cui è stato pensato il disegno ancora più sconcertante. Non è un caso che Riina per la prima volta in diciassette anni di silenzio abbia formulato tramite il suo avvocato delle dichiarazioni sull’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta. “Borsellino è stato ammazzato da loro [le istituzioni]”, ha dichiarato Riina. Il patto tra mafia e Stato, il “papello”, è nato da menti che stavano più in alto di Riina. Intanto Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito, ha pronti sconvolgenti documenti e riferirà molto presto al procuratore aggiunto di Palermo, Ingroia.
Per chi segue il sito di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, per chi è un po’ più addentro alle vicende anche da semplice lettore, queste dichiarazioni non forniscono nessuna novità, ma dal punto di vista giudiziario, con le due inchieste (quella sull’attentato a Falcone e a Borsellino, nonché quella sull’attentato all’Addaura) riaperte a Caltanissetta, con un clima politico impestato come quello di oggi, con strane lobby di potere che si ripropongono tutto questo potrebbe avere ripercussioni non indifferenti sugli assetti politici. Mancino più volte chiamato in causa, spie dei servizi nel mirino di inquirenti, magistrati in pensione con qualche scheletro nell’armadio. Da queste indagini passa non un filo, ma l’intera trama dei misteri
d’Italia e le inchieste potrebbero aprirsi a raggiera e, chissà, sconfinare. Mafia, politica, manovre occulte, appalti, massonerie deviate, perfino tangentopoli e cambiamento dello scenario politico in quegli anni rischiano di finire nelle indagini. Del resto, come diceva Falcone, per capire come si muove la mafia bisogna seguire i flussi del denaro, controllare i movimenti in banca, i trasferimenti di fondi.
Il banco non salterà, ma da Ingroia e company potremmo attenderci qualche sorpresa.

Cesare:
Fa' che io abbia intorno uomini in carne;
coi capelli lustrati e che dormano la notte:
quel Cassio invece ha un aspetto smunto e affamato;
è troppo incline alla riflessione: uomini di siffatta
specie sono pericolosi.
Antonio:
Non temerlo, Cesare; non è pericoloso;
E' un nobile romano e di buone intenzioni
Cesare:
Dovrebbe essere più in carne! Ma non lo temo:
Certo, se mai il mio nome dovesse temere qualcuno,
non conosco altro uomo da evitare più
del macilento Cassio. Legge troppo!
E' un abile osservatore, scruta fin nei meandri
delle azioni umane: non ama l'intrattenimento,
a differenza tua, Antonio; non ascolta musica:
ride raramente, e quando ride lo fa in un modo
che sembra irridere se stesso o sbeffeggiare il suo spirito
per essersi mostrato incline a ridere di tal piccola cosa.
Questo genere di uomini non hanno pace
dinanzi a uno che si elevi sopra di loro:
è per questo che sono pericolosi.
W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto I, scena II.
Al ritonello intonato da un nostro (?) parlamentare (italiano ed europeo), la cui intelligenza può esser pari unicamente alla sua rozzezza e al suo cattivo gusto (ma ahimè perfettamente in linea con la ferocia barbara, razzista, intollerante di alcuni suoi soci di partito), rispondo così

BATTE BOTTE
Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un’aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l’ombra
Per il Quais)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L’acqua (il mare
Che n’esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.
Dino Campana, Canti orfici, 1914.

Per soglie d’increato esibisce fin dall’architettura una calcolata simmetria: 4 sezioni di 16 liriche (l’ultima di 10), a testimonianza di un’armonia che si specchia ad ogni livello del testo. La silloge è la parte edita di circa 400 componimenti che hanno impegnato Marotta per 12 anni: un’opera complessa che cresce su se stessa, caratterizzata da una «sintassi organica» (P. Fichera). La parola nasce dalla parola, il verso dal verso, le immagini rimandano ad immagini… un mise-en-abîme il cui nucleo è in fuga (sbalordisce la tenuta semantica di 4 liriche «nascoste», frutto della sutura di 16 capoversi per sezione, come nota Fichera). La metamorfosi e il differire, assi portanti della raccolta, si riflettono, sul piano formale, nel procedere analogico – l’ininterrotto flusso di immagini sottende un’estetica del frammento, e risale il sentiero dell’uno-tutto, specchiandosi e generandosi nelle tessere di un grande mosaico –, e nell’abbondanza di metafore – imperniate sulla preposizione di, genitivo che rimanda all’atto del generare/biforcare (il titolo ne è un esempio). Questi artifizi retorici agiscono su una dinamica dei contrari che contraddistingue l’intero libro. Infatti la natura che lo popola è polarizzata: acqua, neve, gelo; fuoco, cenere, sabbia. La tensione fra gli opposti innesca un fluire senza tregua: la parola è equorea, figura della metamorfosi; le sabbie sono continua mutazione di forme, nell’articolarsi diverso delle dune. Adagiatosi sul fluttuare del verso, il lettore entra in un ordine diverso di idee, sapendo che se la grammatica è data, è la liquidità del suono a slittare sull’asse del significato, generando inconsueti scenari: la sintassi è ordinata, il suo procedere tuttavia muove da un senso logico-razionale ad uno analogico-visionario. Il tono alto vive di repentine deviazioni, bruciando immagini e concetti nel verbo. Nella dialettica del libro si inseriscono, infine, speculazione e canto, dando vita ad ulteriori innesti e diramazioni. Il pensare è il medio di una proporzione che vede estremi corpo e immagine. L’io, rinunciando all’individualità per farsi plurale, vive in simbiosi con la natura (un corpo-natura da intendersi come spartito dove, per frizione, sboccia la lingua-poesia: impasto di carne e terra). Il pensiero, a sua volta, è conseguenza della creatività della mente, della sua attitudine a produrre immagini: una sintesi di logos e istintualità. Secondo tale principio, la visione, e la sua traduzione in pensiero e canto, è la cerniera tra sé e altro, il luogo del dialogo su cui l’autore insiste: per Marotta è dono, apertura, stupore nel rivelarci uomini, consci della nostra finitezza: «tu dialoga con lo stupore/ che non conserva tracce» (p. 17). Nella ricerca ostinata di condivisione, attraverso una parola immanente, risiede la forza etica e utopica del libro.
L.M., recensione a F. Marotta, Per soglie d'increato, in "La Mosca di Milano" n. 20 maggio 2009, pp. 124-5.

È con colpevole ritardo che scrivo di un libro di poesia che come pochi altri sa coniugare effervescenza linguistica e grande concretezza. L’acciuga della sera i fuochi della tara indaga quel punto in cui la parola poetica diverge e strappa, si fa furiosa, protesta fino a riversare nel reale le sue tensioni (o meglio sarebbe dire che il reale trasferisce le sue tensioni nella lingua): sbaraglia l’ordinario in direzione di un certo surrealismo che direi materico, magmatico. La parola non astrae, ma divide nel momento in cui nomina, solca il reale, cerca la formula precisa. La poesia di Marina Pizzi è riconoscibile tra mille voci poetiche e questo è segno di un’identità forte: il rincorrersi incessante di sequenze sonore non cerca l’ipnosi, ma il risveglio a suon di ceffoni, l’escursione lessicale si erge contro l’utilitarismo della lingua, la sua stagnazione, metafora forse di una protesta in qualche modo sociale. Lo scardinamento della lingua diventa allora allegoria dell’assalto al reale, a ennesima conferma che la poesia è un atto politico fin dal suo fondarsi, indipendentemente dalle tematiche che affronta.
Nessuno sdilinquimento, ma nemmeno nessuna volontà di sorprendere a tutti i costi. Il verso è necessario quanto ciò che veicola e viceversa. Tutta una rincorsa alla ricerca di un “senso non ovvio”. E non è poco.
Versione voce e chitarra di Song to the Siren. Meraviglia!

Sulla Dimora del tempo sospeso Caminos del espejo di Alejandra Pizarnik nella traduzione di Stephanie Golisch. Invito tutti a leggerlo.
Intanto propongo qui nella versione di Claudio Cinti (per i tipi Crocetti, 2004) qualche altro verso della poetessa argentina:

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